eBook di filosofia: T. Campanella, La città del Sole

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Tommaso Campanella, La città del Sole, a cura di Luigi Firpo, Nuova edizione a cura di Germana Ernst e Laura Salvetti Firpo, Postfazione di Norberto Bobbio, Roma-Bari, Laterza, 2006 (trascrizione)

“Opera di T. Campanella (scritta nel 1602, durante la prigionia, stampata nel 1623). Vi si descrive, sul modello dell’Utopia di T. Moro, una repubblica in cui vigono la comunanza dei beni e delle donne, la divisione del lavoro e il suo alleggerimento mediante gli ausili tecnici, la regolamentazione delle unioni sessuali e delle nascite in base a criteri scientifici e astrologici. I «solari», oltre alle quattro ore di lavoro quotidiane, attendono alla lettura, allo studio, alle dispute e ad altre attività educative. La struttura urbanistica stessa rivela la razionalità che governa il disegno campanelliano: disposti entro un perimetro perfettamente circolare di mura, gli edifici si inerpicano gradualmente lungo una collina al cui vertice sorge un tempio, anch’esso circolare, dedicato all’Essere supremo, creatore e provvidente, riconosciuto da una religione naturale. A capo dello Stato è il Metafisico o Sole, assistito da tre magistrati, Pon, Sin e Mir che incarnano, rispettivamente, le tre primalità divine: potenza, sapienza e amore; le cariche pubbliche, elettive, sono attribuite in base a merito, cultura ed esperienza.” (tratto da Treccani.it)

Campanella traccia nella Città del Sole (1602), che si presenta come un «dialogo filosofico» fra un marinaio di Cristoforo Colombo e un cavaliere dell’ordine degli ospitalieri, le linee della città filosofica che avrebbe voluto fondare. L’operetta vedrà la luce a una ventina d’anni di distanza, quando verrà inserita, in traduzione latina, nella Philosophia realis in qualità di appendice della terza parte politica (1623). Tobia Adami, curatore del volume, presentava questa «idea di repubblica filosofica» come una pietra preziosa («instar gemmae delectationis») e un modello ideale più persuasivo di quello proposto nell’antichità da Platone e, in tempi moderni, da Tommaso Moro, per il fatto di ispirarsi al grande exemplar della natura (cfr. T. Campanella, Opera latina, a cura di L. Firpo, 2° vol., 1975, p. 553).

La corretta imitazione del modello naturale comporta in primo luogo l’adeguamento fra ruoli sociali e reali attitudini e propensioni individuali. Quando tale corrispondenza viene alterata, nella commedia sociale le parti sono distribuite in modo dissennato e domina la scissione fra l’essere e l’apparire. Prevalgono così i re falsi, come Nerone, che «fu re per sorte in apparenza», mentre vengono perseguitati e messi a morte i sapienti come Socrate, re «per natura in veritate» (Le poesie, cit., p. 71). I Solari intendono rifiutare la follia dominante, per ristabilire un corretto nesso fra società e natura: ciò consentirà di evitare le distorsioni e i mali che derivano dal prevalere del caso sulla ragione, dell’apparenza sulla verità: «Essi confessano che nel mondo ci sia gran corruttela, e che gli uomini si reggono follemente e non con ragione; e che i buoni pateno e i tristi reggono» (La città del Sole, a cura di L. Firpo, G. Ernst, L. Salvetti Firpo, 1997, p. 52).

Il costante rinvio alla natura, espressione dell’intrinseca ars divina, costituisce la chiave di lettura più semplice e persuasiva dell’operetta. La città sarà tanto più felice e prospera quanto più costituirà un «corpo di repubblica», le cui singole membra, diversificate per funzioni, risultino coordinate al benessere comune. Riguardo al lavoro, in puntuale polemica con Aristotele, che escludeva dai più elevati livelli della virtù e dal novero di cittadini di pieno diritto gli artigiani, i contadini e quanti esercitano lavori manuali, per i Solari nessuna attività è vile o bassa, e ognuna ha pari dignità. Essi considerano spregevole solo l’ozio, venendo così a privilegiare la dignità del lavoro e a ribaltare un assurdo concetto di nobiltà, collegato all’inattività e al vizio:

Quello è tenuto di più gran nobiltà, che più arti impara, e meglio le fa. Onde si ridono di noi che gli artefici appellamo ignobili, e diciamo nobili quelli, che null’arte imparano e stanno oziosi e tengono in ozio e lascivia tanti servitori con roina della republica (p. 13).

Grazie all’equa suddivisione del lavoro, è sufficiente che ognuno lavori quattro ore al giorno: ma è fondamentale che lavorino tutti, perché l’ozio degli uni si ripercuoterebbe sullo sfruttamento e la fatica degli altri, secondo l’osservazione più risentita di tutto il dialogo, in cui la realtà esterna fa una violenta irruzione, con il suo carico di ingiustizia e di sofferenza, nell’atmosfera serena della città solare:

In Napoli son da trecento milia anime, e non faticano cinquanta milia; e questi patiscono fatica assai e si struggono; e l’oziosi si perdono anche per l’ozio, avarizia, lascivia e usura, e molta gente guastano, tenendoli in servitù e povertà (pp. 23-24).

I Solari non possiedono nulla, ma tutto è comune, dai pasti alle abitazioni, dall’apprendimento delle scienze all’esercizio delle attività, dagli onori ai divertimenti, dalle donne ai figli; essi vivono «alla filosofica in commune» in quanto, secondo Campanella, qualsiasi forma di possesso, comprese quelle di una casa e di una famiglia, non fa che rafforzare l’amore individuale egoistico a scapito dell’amore comune, con tutte le funeste conseguenze che ciò comporta sul piano morale e sociale. Quanto all’educazione e all’apprendimento, uno degli aspetti più spettacolari e immaginosi della Città del Sole è quello delle mura dipinte. I gironi delle mura, costituiti dagli stessi palazzi abitativi, oltre che racchiudere e proteggere la città, sono anche le quinte di uno straordinario teatro e le pagine di un’enciclopedia illustrata del sapere. Le raffigurazioni delle arti e delle scienze rendono le conoscenze accessibili a tutti, grazie a una visualizzazione che favorisce un apprendimento più rapido ed efficace. L’aspetto più sconcertante della città solare, che Campanella stesso presenta come cosa «dura e ardua», riguarda la cosiddetta comunità delle donne. L’atto generativo comporta una grande responsabilità, e se viene esercitato in modo scorretto può dar luogo a una lunga catena di sofferenze: per questi motivi dovrà rispettare precise norme, e non essere affidato al caso né ai sentimenti individuali. Inoltre, esiste una stretta connessione fra l’originaria «complessione» naturale e la virtù morale, che per attecchire e prosperare ha bisogno di un terreno idoneo. I Solari distinguono tra amore ed esercizio della sessualità. Se l’affettività tra uomini e donne, basata sull’amicizia e il rispetto più che sull’attrazione sessuale, si esprime in atti lontani dalla sessualità, con scambi di doni, conversazioni, danze, l’esercizio della sessualità generativa deve invece rispettare precise regole riguardanti le qualità fisiche e morali dei generatori e la scelta dell’ora favorevole, condizioni stabilite dal medico e dall’astrologo: l’unione sessuale non è l’espressione di un rapporto personale, affettivo o passionale, ma è connessa con la responsabilità sociale della generazione e con l’amore per la collettività.

La religione solare, che accoglie principi fondamentali del cristianesimo quali l’immortalità dell’anima e la provvidenza divina, è una religione naturale che stabilisce una specie di osmosi fra la città e gli astri. Il tempio è aperto e non circondato da mura – in una poesia Campanella promette: «Tempio farò il cielo, altar le stelle» (Le poesie, cit., p. 327). Sulla volta della cupola sono raffigurate le stelle con i loro influssi sugli enti terrestri; l’altare, sul quale sono collocati i due globi del cielo e della Terra, è a forma di Sole; le preghiere sono rivolte al cielo; il compito dei ventiquattro sacerdoti che vivono in celle collocate nella parte più alta del tempio è quello di osservare le stelle e annotare con strumenti i loro movimenti, e sono loro a indicare le ore più favorevoli per ogni attività, dalla generazione ai lavori agricoli, ponendosi in tal modo come intermediari tra Dio e gli uomini.” (tratto da Treccani.it)

 

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