eBook di filosofia: G. Rensi, La filosofia dell’assurdo

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Giuseppe Rensi, La filosofia dell’assurdo

La vena irrazionalistica del pensiero di Rensi, decisiva – come si è visto – nel determinare il carattere complessivo dell’orientamento scettico, alimenta anche – e soprattutto – la sua opera in volume più riuscita, quella Filosofia dell’assurdo che nel 1937, riprendendo e rielaborando Interiora rerum del 1924, riassume con grande chiarezza ed efficacia i termini essenziali della Weltanschauung rensiana. Coniugando scetticismo e pessimismo, dei quali rivendica la matrice unitaria affermando che «sono rami del medesimo tronco» e che «rampollano spontaneamente dalla medesima radice» (La filosofia dell’assurdo, 19912, p. 13), Rensi rivela e illustra, in pagine che colpiscono per lucidità di ragionamento e agilità di scrittura, quella che a suo parere è la vera natura della realtà. Al fondo delle cose, della vita stessa e delle vicende dell’umanità non vi sarebbe altro – egli sostiene – che «assurdo» e «contraddizione». E la storia, al di là di qualsiasi tentativo di spiegazione (la polemica rensiana è sempre mirata ai sistemi razionalistici e idealistici), avrebbe un unico significato: quello di un’eterna fuga da un presente dominato dal male e, appunto, dall’assurdo (e non certo quello di un continuo avanzamento dello spirito universale verso il meglio). La storia, in questa ottica, è solamente caso e ripetizione: da un lato, infatti, in quanto «non è che vita ed esplicazione d’una realtà irrazionale», essa «non può essere, e non è, che una serie di casi ossia di assurdi» (p. 167); dall’altro, se «l’universo e in esso l’umanità per non cadere nel nulla, per continuar ad essere, deve essere eterno processo», allora «questo – la storia – non potendo finir mai, non può essere che ripetizione» (p. 203).

Con tutto ciò, evidentemente, Rensi si colloca in una linea di pensiero assai feconda della cultura occidentale, che porta dall’antica sapienza greca almeno fino ad Arthur Schopenhauer (non a caso, uno degli autori più amati da Rensi, al pari di Giacomo Leopardi). Senonché, nelle battute conclusive della Filosofia dell’assurdo, una simile visione del mondo conduce a una singolare ‘professione di fede’:

Proprio questa capacità di reggere in un mondo d’assurdo, cioè di guardare in faccia l’assurdo del mondo senza aver bisogno di nasconderselo con provvidi palliativi filosofici e religiosi messi insieme per raggiungere ad ogni costo quel fine dell’occultamento d’una cosa, che, perché fa paura, non si ha il coraggio di fissare nella sua nudità, appunto questa capacità, dico, è tutt’uno con l’elemento più profondo dello spirito religioso (La filosofia dell’assurdo, cit., pp. 219-20).

Chiaramente, Rensi non pensa all’«elemento ottimista» della religione, «quello che costruisce la felicità ultraterrena»; ma a «quello che ne forma la vera essenza, quello in ogni modo che è la sua scaturigine, la sua ragione di vita», e che egli individua, audacemente ma coerentemente, in un’«affermazione di pessimismo e di irrazionalismo» (p. 220). Di conseguenza, la sua attenzione si rivolge non tanto alle religioni rivelate nella loro versione ‘ufficiale’, tendente a proporsi come una soluzione dei problemi dell’uomo, quanto alle manifestazioni di una religiosità in costante confronto con l’assurdità dell’esistenza e, in particolare, al misticismo. Le Lettere spirituali, il testo postumo del 1943 che raccoglie un cospicuo numero di brevi scritti degli ultimi anni, rendono molto bene l’idea dello sviluppo del pensiero rensiano in questa direzione. Per un verso, vi è un nesso costitutivo che collega le riflessioni contenute in quest’opera con quelle svolte nella Filosofia dell’assurdo:

La storia non è che un insieme di casi, di assurdi, di iniquità e di stoltezze. Ed è […] proprio perciò che essa ti può innalzare ad un elevatissimo spirito religioso (Lettere spirituali, 19872, p. 94).

Per l’altro verso, Rensi approda decisamente a una concezione religiosa che, sulla scorta dell’identificazione «Dio» = «Nulla», entra senza alcun dubbio in una dimensione di tipo mistico (l’autore più citato, in tal senso, è Meister Eckhart):

Dio non lo puoi pensare che come non spaziale […]. Quindi lo puoi solo pensare come un non posto davanti a ciò che, soltanto, per noi è Essere, vale a dire ciò che ha estensione, che è nello spazio, ossia a tutto questo universo visibile e tangibile, a tutto ciò che è reale, a tutto ciò che […] noi possiamo pensare come realtà. Ossia Dio non lo puoi pensare che come Non-Essere, Nulla.

Questo è appunto il pensiero forse di tutti i più grandi religiosi, e certamente di quelli tra essi in cui la vita religiosa raggiunge maggiori profondità, cioè dei mistici (p. 98).

Ma, al tempo stesso, questa concezione religiosa assume una forte colorazione etica. Il «Nulla» di cui Rensi parla, un «Nulla» che appunto si contrappone all’«Essere» ‘reale’ del nostro mondo, ma che in realtà si configura come il ‘vero’ «Essere», acquista infine un contenuto ben preciso: i «valori morali e spirituali», che dovrebbero guidare l’agire umano contro ogni ragione terrena e contro ogni calcolo di convenienza. Scrive Rensi, lapidario: «La vera religione, la vera credenza in Dio, è la credenza nella realtà di valori morali e spirituali» (p. 167). Ed è su queste basi che egli elabora, da ultimo, una prospettiva etica a sfondo religioso che, rifiutando qualsiasi presupposto di carattere razionale o materiale (a essere criticate sono soprattutto le dottrine dell’utilitarismo anglosassone), ruota tutta intorno all’idea di «morale come pazzia»: è la prospettiva che recupera alcune fulminanti intuizioni del periodo dell’idealismo ‘trascendente’ e che è oggetto, nell’anno accademico 1933-34, del suo ultimo corso universitario, prima della dolorosa interruzione forzata dell’insegnamento.” (tratto da Treccani.it)

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