eBook di filosofia: C. Beccaria, Dei delitti e delle pene

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Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene (edizione 1973 Ugo Mursia, a cura di Renato Fabietti)

“Lo scopo dichiarato di Beccaria, nello scrivere Dei delitti e delle pene, era quello di denunciare la crudele severità della giustizia criminale del tempo – anche se un suo intento meno vistoso, ma senz’altro importante, era di sottolineare come, proprio per colpa di questa severità eccessiva, molti delitti restassero impuniti (cfr. Foucault 1975). Tanto per ragioni di umanità quanto per motivi razionali di giustizia e di efficienza, sostiene Beccaria, occorre punire meno azioni, e con meno violenza. Per giungere a questo risultato, l’argomentazione prende il via dal concetto di contratto sociale. Diversi, rivali, uguali e liberi sono per natura gli esseri umani, a cui non si possono dunque imporre norme e limiti che non siano voluti da loro stessi. Solo il consenso – non certo quello empirico, ma quello idealmente ricostruito dalla ragione – può rendere legittimo il potere. Ma quella di Beccaria è una versione antigiusnaturalistica del patto: gli uomini, accecati dalle passioni, sono ritenuti incapaci di prendere le distanze dall’interesse privato e immediato. Non si può quindi supporre che abbiano acconsentito ai valori dell’interesse comune gratuitamente, per puro scrupolo morale, ma si deve assumere che il consenso civile sia stato opera delle stesse passioni: il patto scaturì dalla violenza di una vera e propria guerra che, se forse non mise a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie, stancò talmente gli uomini da farli rinunciare alla libertà originaria. Le leggi sono l’espressione razionale di quella stanchezza, della voce primitiva della passione stanca.

Tale descrizione a tinte fosche del cuore umano, egoistico e miope, non serve tuttavia, come in Thomas Hobbes, a giustificare l’assolutismo come unico mezzo per arginare la forza disgregante degli interessi particolari. Lungi dal rendere necessario, dunque legittimo, un potere senza limiti, il pessimismo antropologico di Beccaria prescrive una drastica contrazione dei limiti del potere. Infatti, se a condurre al contratto sociale non fu una libera, razionale definizione del bene pubblico, ma una rinuncia coatta ispirata dal timore, una formazione di compromesso per sfuggire alla guerra di tutti contro tutti; se gli uomini hanno acconsentito all’autorità con la morte nel cuore, si deve concludere che essi non abbiano accettato di compiere che il più piccolo sacrificio, concedendo cioè al sovrano il minimo potere possibile:

Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile (Dei delitti e delle pene, a cura di G. Francioni, 2009, § II, p. 148).

Il gravoso ma esile sacrificio che trasforma l’uomo in cittadino è dunque tutt’altro che l’alienazione «totale» e «senza riserve» descritta dall’odiosamato Rousseau (Contrat social; trad. it. a cura di B. Carnevali, 2002, p. 30). A differenza di quello rousseauiano, il contratto di Beccaria non cambia il «modo di essere» (p. 29) dei contraenti: non li affranca mai dall’egoismo, né li costringe a rinunciare al primato dei loro interessi particolari. Non si vede, peraltro, la ragione per cui vi si dovrebbe rinunciare: non c’è niente di male nel ricercare il proprio benessere. L’egoismo non è malvagità: non va dunque sradicato.

Passioni e libertà

E tuttavia, il compito delle leggi resta quello di moderare le passioni. Un assunto contro cui si potrebbe portare l’esempio delle repubbliche antiche, che generavano la passione del bene pubblico nel cuore dei cittadini. Ma questa via ci è ormai preclusa: nel mondo moderno, solo le tirannidi governano con passioni forti, spaventando continuamente i sudditi e traendoli in inganno sui loro interessi. I moderni regimi moderati devono invece adempiere alla propria missione storica, che consiste nell’incivilimento, nell’addolcimento dei costumi. Sono le leggi moderate, con la loro stessa costanza, a impedire preventivamente l’accendersi, l’eccitarsi delle umane passioni. Ed è fuorviante pensare che si possa raggiungere tale scopo attraverso la repressione e il soffocamento. Sin dagli inizi dell’età moderna, un’ampia corrente di pensiero ha dimostrato come ogni attacco frontale alle passioni sia destinato non solo a fallire, ma a produrre un effetto opposto di esasperazione, inasprendo ciò che si voleva placare (cfr. A.O. Hirschman, The passions and the interests: political arguments for capitalism before its triumph, 1977). A regnare negli animi umani non è la ragione ma l’opinione, «che ubbidisce alle lente ed indirette impressioni del legislatore, che resiste alle dirette e violente» (Dei delitti e delle pene, cit., § XXXII, p. 256). Maturata anche a contatto con la tradizione empiristica e sensistica, da John Locke a Claude-Adrien Helvétius, il cui De l’esprit (1758) viene indicato nell’autoritratto come una delle fonti principali della «conversione» filosofica, questa convinzione porta Beccaria a sottolineare che la sensibilità umana non può essere contrastata: essa è parte della natura, e la natura è incontrastabile. Oltre all’esperienza, anche la ragione «dichiara inutili e per conseguenza dannose tutte le leggi che si oppongono ai naturali sentimenti dell’uomo» (§ XVIII, p. 204): non solo perché, non potendo essere rispettate, intaccano la rispettabilità di tutte le leggi, ma anche perché esacerbano le passioni anziché frenarle, fomentando una naturale reazione di controspinta. Il compito del potere non può dunque essere quello di ostacolare o limitare le passioni, tant’è vero che sono proprio le passioni, e non la giusnaturalistica ragione, a limitare il potere. Bisogna soltanto instradarle, impedendo che gli interessi umani si urtino a vicenda: «la politica istessa […] non è altro che l’arte di meglio dirigere e di rendere conspiranti i sentimenti immutabili degli uomini» (§ XXIII, p. 214). Così devono fare le leggi penali: infondere timore, distogliendo i cittadini dalle azioni lesive della coesione sociale, ma senza restringere minimamente lo spazio delle azioni conciliabili tra loro, per quanto siano mosse da passioni puramente egoistiche. Ecco l’appello lanciato da Beccaria al legislatore: «Saggio architetto, faccia sorgere il suo edificio sulla base dell’amor proprio, e l’interesse generale sia il risultato degl’interessi di ciascuno» (§ XLVI, p. 294).

Nel contratto sociale, gli uomini hanno dunque rinunciato non alle loro passioni, ma a una minima parte della loro facoltà di agire. Ma cosa volevano ottenere in cambio dell’indesiderato «sacrificio» cui si sono trovati costretti? La risposta sembra contraddittoria, perché doppiamente paradossale: gli individui erano liberi, più liberi che mai, ma non chiedevano altro che di essere liberi; e si sono procurati la libertà riducendola, rinunciando a una sua parte. La contraddizione tuttavia è inesistente, mentre il paradosso trova ragione nella stessa natura della libertà umana, pianta fragile che non può crescere senza tutori. Nello stato di natura, infatti, dove vige una totale indipendenza da qualunque vincolo, la libertà è «resa inutile dall’incertezza di conservarla» (§ I, p. 146), perché il timore della libertà altrui inibisce ogni azione. Diventare liberi significa rendere utile la libertà, abolendo l’incertezza permanente dello stato naturale: garantire la libertà con la sicurezza e tranquillità dello stato civile, legando le azioni umane con il vincolo delle leggi. Ecco perché la sola, vera libertà non è quella naturale, ma quella civile, che si definisce come una riduzione della prima, come dono e abbandono di una porzione di libertà naturale. Essere liberi non equivale a un poter agire senza vincoli, ma a un poter agire in mezzo a vincoli noti e stabili, tali da consentire a ognuno di prevedere l’esito delle proprie azioni. Scopo fondamentale dello stato civile è dunque senz’altro la libertà; ma, come ha insegnato Montesquieu, nominato ben tre volte da Beccaria che non cita nessun altro autore, tale libertà non designa altro che la sicurezza, o meglio «l’opinione della propria sicurezza» (§ XXIX, p. 240). Non un genere di azioni (quelle libere da vincoli), ma uno stato d’animo: libertà non è altro che la serena, tranquilla fiducia di chi sa di poter fare qualunque azione lecita senza temere di venire ostacolato dalla volontà arbitraria di altri e sapendo, inoltre, esattamente cosa rischia se mai fosse tentato da qualche azione illecita.

Resta però da capire cosa e come il sovrano possa punire con giustizia. Il minimo possibile con la minima violenza, si è detto: ma come stabilire concretamente questa soglia, questo limite drastico? La risposta va cercata nei principi del diritto penale, desunti dal contratto sociale. Questi principi, esposti nei primi dodici paragrafi dei Delitti, sono tre: l’idea di utilità, che è la «base della giustizia»; l’istanza di libertà, «dogma politico» e «assioma» delle società legittime; e, infine, il «principio infallibile» dei «minori mali possibili».

L’idea di utilità

L’origine ideale delle società assegna alle leggi penali una funzione puramente umana e civile. Il fine delle società è estraneo a qualsiasi progetto di redenzione: non ha nulla a che fare con la salvezza delle anime. Pensare che uomini interessati soltanto al piacere presente abbiano sacrificato parte della propria libertà per scrupolo morale o religioso è un pio desiderio, degno di un romanzo più che di una ricostruzione storica. Il fine di tutte le azioni umane è infatti l’utile, che consiste nella ricerca del piacere e nella fuga dal dolore; e l’ordinamento civile ha l’unico compito di rendere la libertà utile, cioè concreta, reale, effettiva. Si potrebbe a questo proposito parlare di «utilitarismo», se non altro perché lo stesso Jeremy Bentham ha individuato una fonte del proprio pensiero nell’icastico motto che condensa questa idea: l’unico, vero compito delle leggi, scrive Beccaria, è «la massima felicità divisa nel maggior numero» (Dei delitti e delle pene, cit., Introduzione, p. 142). Il termine va però inteso nel senso ristretto talvolta usato per alcune dottrine settecentesche, come quella di Helvétius, e diverso da quello attestato solo a partire da Bentham. Anche se fondato sul primato dell’utile, il modello antropologico beccariano è infatti perfettamente coerente con un concetto di giustizia fondato sul consenso, e quindi sul modello giuridico del contratto, respinto invece dall’utilitarista inglese (cfr. Francioni, in Cesare Beccaria tra Milano e l’Europa, 1990). Vogliamo l’utile non perché è giusto, ma esso è giusto perché lo vogliamo: l’umana felicità non ha alcun contenuto sostanziale. L’idea di giustizia si definisce dunque come la massima compatibilità reciproca delle singole libertà, senza riguardo al loro valore etico:

La sola necessità ha fatto nascere dall’urto delle passioni e dalle opposizioni degl’interessi l’idea della utilità comune, che è la base della giustizia umana (Dei delitti e delle pene, cit., § VII, p. 164).

Da questo principio dell’utile derivano tre regole fondamentali del diritto criminale.

Innanzitutto, le leggi penali non devono oltrepassare la sfera dell’utile. Un’azione deve essere proibita solo qualora metta in pericolo la vita civile, ma non per un motivo morale o religioso: «l’unica e vera misura dei delitti è il danno fatto alla nazione» (§ VII, p. 164). Su questo monito di Beccaria, Franco Venturi ha scritto:

Il diritto penale usciva desacralizzato dalle sue mani. Egli aveva posto alla base di tutto il suo ragionamento una distinzione che andava contro una tradizione di millenni: una cosa era il delitto, tutt’altra il peccato (Venturi 1969, pp. 705-706).

Il principio dell’utile prescrive inoltre un’importante regola di proporzionalità delle pene fondata sul criterio del danno pubblico, in modo da rendere i delitti tanto più rari quanto più sono pericolosi: le pene più dure previste per i delitti più gravi dissuaderanno maggiormente dal commetterli. Questa regola va contro la legislazione di antico regime, che metteva assurdamente sullo stesso piano, come si osserva nei Delitti (§ XXXIII, p. 262), «chi assassina un uomo» e «chi uccide un fagiano» (cioè chi cacciava nelle tenute aristocratiche), comminando a entrambi la pena di morte. Questa innaturale e tirannica confusione, afferma Beccaria, distrugge «i sentimenti morali, opera di molti secoli e di molto sangue» (§ XXXIII, p. 262). La distinzione morale tra i delitti, socialmente utile, va salvaguardata mediante quella giuridica tra le pene che, non basata su criteri morali, produce pur sempre effetti morali.

Le leggi penali dovrebbero infine attenersi a una regola di analogia tra i delitti e le pene, il cui effetto deterrente sarà tanto più forte quanto più chiaro sarà il legame con il reato. Si tratta, tuttavia, di un principio di secondo ordine, da rispettare «quanto più si possa» (§ XXIX, p. 206), ma che Beccaria è disposto tranquillamente ad abbandonare di fronte a istanze più impellenti, come nel caso del furto e dell’omicidio.

Il principio di legalità

La condizione irrinunciabile perché la libertà risulti utile è «l’opinione della propria sicurezza», che rappresenta dunque una finalità fondamentale del vivere civile, superiore all’utilità non per astratta gerarchia dei valori, ma per il motivo razionale che ne costituisce il presupposto medesimo, lo strumento di effettuazione:

L’opinione che ciaschedun cittadino deve avere di poter fare tutto ciò che non è contrario alle leggi, senza temerne altro inconveniente che quello che può nascere dall’azione medesima, questo è il dogma politico che dovrebb’essere dai popoli creduto e dai supremi magistrati colla incorrotta custodia delle leggi predicato; sacro dogma, senza di cui non vi può essere legittima società (§ VIII, p. 168);

Io non trovo eccezione alcuna a quest’assioma generale, che ogni cittadino deve sapere quando sia reo o quando sia innocente (§ XI, p. 176).

Gli uomini non sono liberi, non fanno ciò che vogliono quando temono che le proprie azioni vengano arbitrariamente ostacolate. Non basta dunque che le leggi impediscano quelle poche azioni che arrecano danni alla nazione: bisogna che le norme giuridiche siano dichiarate pubblicamente e applicate con rigore, senza eccezioni di sorta.

Combinato con la base della giustizia, il dogma o assioma delle società legittime sottopone allora l’istituzione penale a due principi che vanno in senso contrario: quello del legislatore è utilitaristico, mentre quello del giudice è deontologico. A guidare il primo è l’utilità sociale: le pene non devono far soffrire inutilmente per espiazione, vendetta, o desiderio di ripristinare un’armonia turbata, ossia per ragioni rivolte al passato, ma devono guardare solo al futuro, perché solo il futuro può essere modificato. «Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali» (§ XII, p. 178). L’istituzione penale rischia però di minacciare la sicurezza dei cittadini se non lega le mani dei magistrati. Se il giudice potesse scegliere le pene interpretando personalmente la loro opportunità sociale, i cittadini tornerebbero in quell’incertezza che proprio l’istituzione penale aveva il compito di eliminare. All’argomento aristotelico dell’equità che, nella dottrina di antico regime, serviva a giustificare l’interpretazione giurisprudenziale, Beccaria replica: un giudice che interpreta, anche se in nome delle cosiddette circostanze, diventa ipso facto legislatore, infrangendo il principio della separazione dei poteri. La volontà imprevedibile e arbitraria di un singolo si sostituisce alla voce pubblica e costante della legge; e la libertà politica va in frantumi. Proprio perché il legislatore è consequenzialista, deve impedire al magistrato di agire in modo consequenzialistico, e a questo scopo deve sottoporre l’intera giustizia penale al principio di legalità o certezza del diritto: «non può un magistrato, sotto qualunque pretesto di zelo o di ben pubblico, accrescere la pena stabilita ad un delinquente cittadino» (§ III, p. 150); «Non v’è cosa più pericolosa di quell’assioma comune che bisogna consultare lo spirito della legge» (§ IV, p. 152). Questo principio giuridico indica anche un traguardo politico: abbattere «l’intermediario dispotismo» dei magistrati (§ XXVIII, p. 240) significa infatti, più in generale, abbattere quello dei «corpi intermedi» tanto celebrati da Montesquieu. In questa prospettiva Beccaria ripone la propria fiducia nel potere sovrano e, per la prima volta nella storia delle idee, dà alla parola «dispotismo» un valore positivo, come «dispotismo di un solo» (§ IV, p. 156) capace di spezzare l’ingiusto «dispotismo di molti» (p. 155).

L’ordinamento penale deve quindi obbedire a un utilitarismo della regola ante litteram: produce conseguenze migliori quando i magistrati rispettano le regole deontologicamente, non teleologicamente. Questa combinazione di norme da rispettare e valori da massimizzare rispecchia la fusione di contrattualismo e utilitarismo. I contraenti, uguali, diversi, mossi dall’interesse, non possono essere costretti e castigati che in nome dell’utile. Ma l’utilità medesima suppone la sicurezza: la soddisfazione del loro desiderio prescrive un ferreo, assoluto regno delle norme. Il fine giustifica pertanto i mezzi, ma in senso antimachiavellico, se i mezzi designano appunto un rispetto incondizionato di regole. Regole che devono valere ugualmente per tutti, senza riguardo alle distinzioni di status e di circostanze: in caso contrario, alcuni avrebbero più diritti, più libertà di altri, e si tornerebbe nell’insicurezza dello stato naturale.

La rigida osservanza del principio di legalità porta così Beccaria verso un’inedita ed esigente forma di garantismo penale. Tale garantismo, come è stato notato, ha forse suggerito conclusioni eccessive e inapplicabili, a cominciare da quella che proibisce al giudice di interpretare le leggi penali; ma ha anche prodotto esiti di altissimo valore, destinati a segnare profondamente il diritto moderno. I Delitti contengono, per es., la prima formulazione del moderno principio della presunzione d’innocenza, diverso dalla sua versione antica (in dubio pro reo) in quanto toglie di mezzo ogni stato intermedio tra la colpevolezza e l’innocenza. Tale principio forma il primo e maggior argomento di Beccaria contro la tortura: «Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice» (§ XVI, p. 190).

Dai principi correlati dell’utilità e della libertà, Beccaria deduce insomma, con logica stringente, la necessità di ripensare e riformare interi settori della legislazione criminale. Così è, per es., per la questione della valutazione delle prove giudiziarie, affrontata nei paragrafi XIII-XVIII, e che va subordinata sia alla legge antropologica dell’interesse che ai due suddetti principi: un testimone deve essere considerato tanto meno affidabile quanto più ha interesse a mentire; le prove reciprocamente dipendenti devono ridursi a una sola e, per valutare la loro forza, è meglio affidarsi al convincimento di non professionisti; le delazioni segrete mettono a repentaglio la sicurezza dello stato civile, e devono di conseguenza essere proibite; la tortura è non soltanto ingiusta, ma inefficace; il pubblico ministero dovrebbe essere indipendente dall’esecutivo; vanno infine banditi i giuramenti, in quanto inutili.

I minori mali possibili

Nei paragrafi dedicati alle pene (XIX-XXVIII) viene spesso chiamato in causa un altro principio, già stabilito in precedenza. Le pene devono essere applicate speditamente; le violenze sulle persone non vanno punite con multe pecuniarie; a tutti vanno comminate le stesse pene, senza riguardo alle distinzioni di rango; i furti vanno puniti con i lavori forzati, l’infamia con pene infamanti, gli oziosi con pene di bando; i beni dei banditi non dovrebbero essere confiscati; in generale, le pene devono essere dolci e la pena di morte va abolita. Queste regole sono desunte da un principio di ampia portata, derivato in linea diretta dal patto sociale: «non si può chiamare legittima società quella dove non sia principio infallibile che gli uomini si sian voluti assoggettare ai minori mali possibili» (§ XIX, p. 206). Al criterio dell’utile va dunque aggiunto quello più restrittivo del necessario che, anche qui, viene fatto risalire a Montesquieu: «per giustizia io non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gl’interessi particolari […]: tutte le pene che oltrepassano la necessità di conservare questo vincolo sono ingiuste di lor natura» (§ II, p. 148). Gli uomini, infatti, non hanno acconsentito a tutto ciò che fosse utile, ma solo alle minime rinunce possibili, cioè a quelle davvero necessarie. Se una pena può essere più o meno utile, essa sarà però giusta solo se necessaria, e dunque ingiusta non solo se dannosa (se accresce la criminalità) o inutile (se non la accresce, ma non la diminuisce nemmeno), ma anche se utile e non necessaria (se la diminuisce, ma se lo stesso risultato può essere raggiunto a un prezzo minore, o se il prezzo da pagare è insopportabile). Da questo principio di parsimonia punitiva si ricavano due regole.

In primo luogo, per proibire un’azione, non basta dimostrare che la sua scomparsa aumenta il benessere generale. Occorre invece accertarsi che un eventuale aumento del benessere non venga annullato dalla diminuzione del benessere indotta dalla nuova norma. Il principio dei minori mali possibili prescrive dunque un impegno costante alla depenalizzazione. Punire è un male necessario, cui è giusto rassegnarsi solo in caso di assoluta necessità: una società degna di questo nome punisce solo di malavoglia, e dunque il meno possibile. Dove sia possibile raggiungere lo stesso risultato per vie diverse, si dovrà sempre scegliere questa alternativa. Ecco perché una teoria della giustizia penale non può restare circoscritta entro la sola sfera giuridica, ma deve coinvolgere tutte le istituzioni capaci di diminuire la violenza, in primis le leggi economiche e l’istruzione pubblica: le principali cause dei delitti sono l’ignoranza e la miseria, che Beccaria ritiene per lo più provocata dalle cattive leggi economiche del suo tempo, nate e cresciute a sostegno di un assetto cetuale ormai superato, ingiusto e rovinoso. Infatti, «non si può chiamare precisamente giusta (il che vuol dire necessaria) una pena di un delitto, finché la legge non ha adoperato il miglior mezzo possibile nelle date circostanze d’una nazione per prevenirlo» (§ XXXI, pp. 254-56).

In secondo luogo, lo stesso principio prescrive uno sforzo permanente per mitigare le pene. Il dolore del reo è solo un male necessario che, privo di ogni bontà intrinseca, deve essere il minore possibile. Il diritto penale trova la sua giustificazione razionale nella capacità di ridurre la violenza: «non solo la violenza dei delitti, ma anche la violenza delle reazioni ai delitti» (L. Ferrajoli, introduzione a R. Sbardella, Beccaria: “Dei delitti e delle pene”, con note, 2005, p. 19); la pena è dunque legittima solo se riesce

ad essere la legge del più debole in alternativa alla legge del più forte che vigerebbe in sua assenza: del più debole che, nel momento del reato, è la parte offesa, nel momento del processo è l’imputato e in quello dell’esecuzione è il condannato (p. 20).

Il legislatore – ma non certo il giudice – deve sempre addolcire le pene quando ciò non diminuisca la loro efficacia deterrente. Tale processo seguirà l’addolcimento dei costumi, ma dovrebbe essere avviato già subito, e su grande scala. L’intero sistema punitivo di antico regime, ammonisce Beccaria, era basato su errori funesti: si riteneva che la forza deterrente delle pene fosse proporzionale al dolore inferto al reo. Le pene atroci servivano a sovrani e magistrati, traviati da false idee ereditate dalla barbarie feudale, a sfogare le loro passioni tiranniche, anziché a moderare quelle dei cittadini. Ormai, però, l’umanità e la verità hanno fatto passi promettenti, avvicinandosi al trono, e facendo emergere una nuova categoria del lessico giuridico e politico: quella dei «diritti degli uomini» (Dei delitti e delle pene, cit., § XI, p. 175), le garanzie inviolabili che tutelano i singoli non in quanto sudditi, ma in quanto esseri umani. Del resto, Montesquieu ha dimostrato ciò che conferma anche la filosofia sensistica: l’infallibilità di pene dolci e ripetute riesce di gran lunga più dissuasiva dell’intensità passeggera di pene violente.

Da questa istanza di dolcezza, perfetta espressione del connubio illuministico di sensibilità e ragione, deriva il capitolo più lungo e più celebre del libro, in cui vengono dimostrate sia l’ingiustizia che l’inutilità della pena di morte:

Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita ? […] Non è dunque la pena di morte un diritto […]. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità (§ XXVIII, p. 228).

A una breve ma definitiva argomentazione de iure fondata sul contratto sociale, segue quindi una lunga argomentazione de facto destinata a confermare che il mondo umano non è costretto a scegliere tra il giusto e l’utile. (tratto da Treccani.it)

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