eBook di filosofia: G. Leopardi, Operette morali

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Giacomo Leopardi, Operette morali

In questi anni egli porta alle ultime conseguenze il suo pessimismo. L’infelicità umana non è frutto di contingenze particolari a questo o a quell’uomo; e neppure nasce, come aveva creduto in un primo tempo per influsso dei pensatori settecenteschi, da situazioni storiche, dal prevalere della ragione sulla fantasia per effetto dell’avanzare della civiltà, del costituirsi degli uomini in società, che necessariamente tarpa le ali alla libertà e alla spontaneità individuale; ma è una legge di natura, alla quale nessun uomo in nessun tempo, anzi nessun essere può sottrarsi. È quello che gli studiosi chiamano il “pessimismo cosmico” leopardiano. L’uomo non cerca altro che la sua felicità, l’amor sui è l’unica molla della vita; e tuttavia la natura non si propone la felicità degli individui, ma tende soltanto alla propria conservazione, per la quale come sono necessarie le nascite così sono necessarie le morti. La vita non è che un più o meno lento morire: assistiamo intorno a noi, dentro di noi, al progressivo inesorabile sfiorire e morire d’ogni cosa, finché non interviene lo stacco supremo, dopo il quale soltanto si ha, nell’annullamento totale, il definitivo riposo. La vita dunque non è che un'”inutile miseria”: e l’accento del poeta batte soprattutto su questa inutilità. Donde il “tedio”, la grande malattia spirituale dei romantici, di cui L. è il cantore italiano più alto e l’interprete più acuto: la vanità del tutto è per lui implicita nelle aspettative di felicità. Intorno a tali temi, impostano una interrogazione radicale le Operette morali, venti delle quali, il corpo dell’opera, furono tutte scritte dal gennaio al dicembre 1824 (ne scrisse un’altra nel 1825, e ancora due nel 1827, e due nel 1832). La conclusione logica di questa concezione della vita non può essere che una: la necessità del suicidio. E tuttavia, se Porfirio, nel dialogo che s’intitola a lui e a Plotino, energicamente afferma quella necessità, Plotino lo dissuade: non ci è lecito, è da barbari, privarci della consolazione che ci viene dall’affettuosa presenza delle persone che ci vogliono bene, togliendo a queste la consolazione della nostra presenza. È la felice contraddizione da cui nasce la poesia leopardiana. Le Operette sono per lo più dialoghi, in cui spesso L. fa sibilare lo staffile del suo sarcasmo contro gli uomini illusi e vili che si rifiutano di fissare gli occhi sull’orrido vero. A questi toni sarcastici lo scrittore si concede volentieri, riuscendo a governare con mano ferma stridori e dissonanze: nelle Operette è del resto più genericamente ammirevole la lucidità con cui è colta una realtà così totalmente negativa che sembrerebbe non potersi esprimere che con un grido o un disperato gesto. Questa fermezza e questa lucidità si riflettono nella sostenutezza dell’elaboratissimo stile, pur qua e là percorsa e in certo senso sottolineata da abbandoni sentimentali.

Le Operette nascono dunque nella più triste stagione leopardiana: nella quale il poeta è veramente solo, non soccorso dalla sua pietà, dal bisogno di consolare e d’essere consolato. Quando, nel 1828, uscirà da questo orribile stato, dirà che è rinata in lui finalmente la facoltà di piangere, che credeva gli fosse preclusa per sempre. E può quindi comporre poesie “col cuore d’una volta”. Aveva nel Risorgimento (1828) celebrato questo rinascere in lui non della speranza, ma della vita sentimentale: seguono, dallo stesso 1828 al 1830, i canti leopardiani che si designano come “grandi idilli”, e che segnano secondo molti l’apice della sua poesia: A Silvia; Le ricordanze; La quiete dopo la tempesta; Il sabato del villaggio; Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, e probabilmente anche Il passero solitario. Il pessimismo cosmico assume il suo vero volto poetico: la pietà cosmica. Con il pianto, cioè con la pietà per gli altri e per sé stesso, non sono compatibili né lo sdegno e il disprezzo per i codardi, né l’esaltazione del proprio coraggio. Ma anche quel Pastore errante, che è vittima e non combattente e che non vede intorno a sé bersagli a cui mirare, bensì compagni di pena da compiangere, anche egli non si rassegna, non viene a patti con il destino; e perciò in sostanza combatte ancora: sconsolato titano sconfitto, a cui però resta l’amaro conforto di non essere stato e di non essere vile. In questo gruppo di mirabili poesie, sui toni agonistici e titanici, che pur non mancano, prevalgono quelli di raccolto solidale dolore; i quali a loro volta non erano mancati neppure nel L. eroico-alfieriano, e non mancheranno mai. La pietà di L. è attiva, vuole consolare; e consolare non si può chi per viltà chiude gli occhi al vero, accetta la realtà supinamente o per “fetido orgoglio”. Pietà e consolazione non possono volgersi a chi soffre, e in primo luogo ai giovani, che per la loro ingenua fiducia nella vita, per la loro inesperienza non sono in grado di capire la legge universale dell’infelicità, e s’illudono di essere felici, e soprattutto di esserlo domani. Intorno al Canto notturno, gli altri grandi idilli si possono considerare tessuti tutti sul tema della speranza, una speranza vista non nel suo valore positivo, forza della vita, bensì considerata con la tenerezza di chi ne conosce la vanità: lo sbocciare e il fruttificare della speranza in Silvia, in Nerina, in sé stesso giovane, la morte e la vita stessa che la tradiscono, in A Silvia e nelle Ricordanze; l’aspettativa d’una gioia che non verrà, nelle appena accennate figure del Sabato; il risorgere dell’alacre gioia, dell’attaccamento alla vita dopo la tempesta, in quelle altre umili figure che affollano nitide la Quiete. Se la speranza è per L. giovinezza, giovinezza è per lui, sempre, compagnia: la gioia di ciascuno si riflette e ha senso nella gioia corale del borgo: il poeta del Passero solitario si rammarica appunto di non saper partecipare, pur giovane, a questo coro; dunque di non sapere essere giovane. Dopo il 1830, si ha un’altra pausa nell’attività poetica di L., colmata nel 1832 dalle due ultime Operette.” (tratto da Treccani.it)

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