eBook di filosofia: Lucrezio, De rerum natura

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Lucrezio, De rerum natura (testo latino)

Lucrezio, Della natura delle cose (traduzione in italiano)

Per Lucrezio l’epicureismo fu un’esperienza di vita totalizzante ed egli volle farsi portavoce di questa fede: la natura, le sue leggi, la formazione dei mondi, il perpetuo movimento degli atomi, la nascita e la morte delle cose, i fenomeni del cielo e della terra, l’uomo (parte della natura, ma munito di razionalità) l’esaltazione della pace e della fratellanza umana ispirarono la composizione del poema De rerum natura, il cui titolo riprende quello dell’opera più vasta di Epicuro, il (Perì physeos, «Sulla natura»), oggi perduto.

Il poema è composto di 6 libri, ed è articolato in tre coppie di libri più fortemente connessi tra di loro (diadi): i libri dispari contengono le premesse teoriche per la comprensione dei fenomeni che vengono trattati nei libri pari immediatamente seguenti. La prima diade è dedicata agli atomi, alla fisica (ll. I-II), la seconda all’anima, all’antropologia (ll. III-IV), la terza al mondo, alla cosmologia (ll. V-VI). A sua volta ciascun libro comprende un proemio, un trapasso (che riprende la materia trattata in precedenza), la trattazione specifica della materia, e un finale; tutti i libri dispari ed in più anche l’ultimo (I, III, V, VI) contengono una celebrazione dei meriti del maestro, Epicuro.
Il poema non ebbe l’ultima revisione da parte dell’autore, come mostrano ripetizioni e incongruenze […] La materia poetica e il rapporto di educazione-persuasione che si instaura in primo luogo tra l’autore e il suo dedicatario Memmio, ma più in generale con il lettore-discepolo, inscrivono il De rerum natura nella tradizione del poema didascalico, che comincia in Grecia con Esiodo e prosegue con i poeti-filosofi: Senofane, Parmenide e soprattutto Empedocle, autore anch’egli di un Perì physeos, che condivide con Lucrezio un’intensa partecipazione spirituale rispetto alla materia del suo canto. Al suo animo «divino» e alla sua poesia che svela straordinarie scoperte, Lucrezio dedica non a caso un intenso elogio (I, 716-733), per molti versi assimilabile a quelli tributati ad Epicuro, pur non risparmiando criche alla sua dottrina, in contrasto con quella epicurea riguardo l’origine degli esseri per unione e separazione dai quattro principi originari. In epoca ellenistica il genere didascalico (o, piuttosto, scientifico-didattico) aveva avuto un fortunato prodotto nei Fenomeni di Arato (III sec. a. C.), poema astronomico in cui la dimensione mitico-religiosa sifondeva con elementi della filosofia stoica, noto e apprezzato a Roma e imitato e tradotto, tra gli altri, da Cicerone. Ma in essi, come nei Theriaka e negli Alexifarmaka (Rimedi contro gli animali velenosi e Antidoti, contro i veleni) di Nicandro (II secolo a.C.), autore anche di Georgiche e di un trattato sul mondo delle api, l’intento didascalico – così centrale per Lucrezio – era ormai sostituito da un interesse alessandrino per l’argomento erudito e raffinato. Ben poco si può dire dei suoi rapporti con la poesia filosofica latina precedente, con l’Epicharmus enniano, ma soprattutto con il contemporaneo De rerum natura di Egnazio, ricordato dall’erudito Macrobio, di cui restano solo dueversi, o con gli Empedoclea di Sallustio, di cui ci è noto solo il titolo. È evidente invece che differenziandosi dalla tradizone ellenistica, Lucrezio si rifaceva alla più antica tradizione dei presocratici, e si può pensare che fu proprio lui a restituire al genere didascalico la sua originaria funzione propagandistica, rivolta ad un destinatario immediato, il dedicatario dell’opera, ma insieme ad un più vasto pubblico colto in grado di apprezzare la dottrina epicurea nell’elegante veste poetica.

Proprio in considerazione di questi intenti didascalici e di quel pubblico colto si giustifica il ricorso alla forma poetica, che Epicuro condannava per la mancanza di safeneia, di chiarezza nell’espressione (un ostacolo importante, se l’obiettivo è la presentazione della verità) e per i suoi contenuti mitici, legati alla religione tradizionale e quindi pericolosi per i timori che possono suscitare: al massimo avrebbe ammesso una poesia di puro intrattenimento come gli epigrammi di Filodemo. Lucrezio, allontanandosi dal maestro, esprime la sua ammirazione per Ennio e per il sempre fiorente Omero, nonché, come si è visto, per poeti-filosofi come Empedocle, individuando nella poesia lo strumento più adeguato per una comunicazione vivida, luminosa e chiara dei contenuti del pensiero epicureo, ancora più di una regolare, ma astratta argomentazione prosastica: proprio la ricerca della safeneia, che per Epicuro era la ragione di evitare la poesia, ne diviene la giustificazione per Lucrezio.” (tratto da http://www2.classics.unibo.it/Didattica/LatBC/IntroLucr.pdf)

 

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