Cinema & Filosofia: D’ailleurs Derrida, il documentario su Derrida

D’ailleurs Derrida è il documentario realizzato nel 1999, interpretato da Derrida stesso e diretto da Safaa Fathy, regista e poetessa araba.

Fathy riprende Derrida nel suo luogo natale, El Biar, in Algeria. È qui, in una inquadratura che isola il filosofo circondato dal deserto algerino, che Derrida parla dell’essere “d’ailleurs” come condizione filosofica, come luogo e momento di partenza (e di impossibile ritorno) di ogni filosofia. Ma anche come operazione cinematografica, condizione attraverso la quale il cinema, messa in mostra di una presenza che è anche, contemporaneamente, assenza, si dispiega alla fruizione. È qui che si gioca l’analogia, il campo di intersezioni continue che permette al cinema e alla filosofia di riconoscersi, di ritrovarsi: “Le cinéma permet ainsi de cultiver ce qu’on pourrait appeler des “greffes” de spectralité, il inscrit des traces de fantômes sur une trame générale, la pellicole projetée, qui est elle-même un fantôme”.

L’essere altrove (o d’altra parte) del filosofo come della filosofia, dell’uomo come del discorso, si manifesta al cinema in tutta la sua potenza come spettralità, zona d’indiscernimento del logos che ha sempre a che fare con la filosofia, operazione che Derrida, rileggendo Hegel, designa come il marcare un margine che essa stessa concepisce come suo, di cui si riappropria.

Il movimento del film allora si mostra come gioco a due, tra un soggetto/oggetto (Derrida) e un autore/spettatore (Fathy), consapevoli nei loro ruoli intercambiabili. In una delle sequenze iniziali, Derrida, in primo piano, con alle spalle un acquario chiuso dai bordi (dai limiti) dell’inquadratura, riflette sul suo essere lì, lui che, nel momento della fruizione del film, sarà contemporaneamente presente e non presente, di fronte allo spettatore e altrove. L’uomo e l’acquario, chiusi nell’inquadratura, diventano strumento di una analisi filmico-filosofica, come già lo era la celebre sequenza di The Lady from Shanghai, in cui Orson Welles e Rita Hayworth giocano la loro scena di seduzione sullo sfondo di un acquario, il cui limite corrisponde al bordo dell’inquadratura. Quello straordinario saggio di analisi filmica, forse una delle sequenze della storia del cinema in cui l’inquadratura si mostra con maggiore evidenza come limite, implosione che rimanda sempre ad un suo oltre, ad un necessario oltrepassamento verso quella zona di invisibilità che la costituisce.

Il primo riconoscimento tra cinema e filosofia avviene dunque, in D’ailleurs Derrida, nella consapevolezza di una spettralità che avvolge entrambi. L’ossessione dello spettro, del fantasma che è contemporaneamente presente/assente, che sfida quindi il discorso/film a cercare il suo limite, appartiene all’ultimo Derrida, alla sua riflessione recente: “Uno spettro è allo stesso tempo visibile e invisibile, allo stesso tempo fenomenico e non fenomenico: una traccia che segna anticipatamente il presente della sua assenza. La logica spettrale è de factu una logica decostruttiva. Essa è l’elemento della hantise nel quale la decostruzione trova il suo luogo più ospitale, nel cuore del presente vivente, nella pulsazione più viva del filosofico”.

Il film si svolge quindi sempre con una consapevolezza del luogo come decentramento, come spazio e tempo del discorso che è sempre – per usare un’espressione che Derrida riprende dall’Amleto shakespeariano – “out of joint”, dissestato (désajointé). Fathy compie un detour attraverso i luoghi, l’Algeria, Parigi, gli Stati Uniti, facendoli attraversare dal filosofo. Ma mai il luogo è attraversato pienamente, quasi sempre è lambito, toccato, visto da lontano o in una sua parte (in una sequenza girata a Parigi, Derrida mostra dall’interno della sua autovettura l’Università dove per tanti anni ha fatto lezione; il luogo è intravisto, di sfuggita, attraverso uno scarto della macchina da presa che cerca di cogliere l’edificio – il suo esterno – mentre questo già sfugge via e l’auto prosegue il suo viaggio). È in questo spazio-tempo, che non accoglie, non ordina corpi, parole e fantasmi che allora la parola filosofica ritrova se stessa e si dispiega nel film.

D’ailleurs Derrida è un film filosofico non solo e non tanto perché è un film “su” un filosofo, o perché al suo interno si parla di filosofia; è un film filosofico perché rilancia – nel suo ex-sistere come evento, traccia, immagine e discorso – il problema stesso della filosofia come attività (seguendo Derrida) decostruttiva, come attraversamento della spettralità. Tracce queste che si dispiegano, che non finiscono di inquietare (filosoficamente). Tracce che si prolungano nel testo scritto, nel libro scritto dopo il film, appunto Tourner les mots. Libro che nasce appunto come esigenza, come si diceva all’inizio. Esigenza di una ulteriore indagine filosofica a partire dalla esperienza propria dei due autori (rispettivamente inteprete-attore e regista).” (di Daniele Dottorini)

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