eBook di filosofia: Seneca, Lettere a Lucilio

Seneca

Seneca, Lettere a Lucilio

“Nella sua opera principale, le Lettere a Lucilio, accanto allo splendore singolare e nuovo dello stile, profondamente diverso da quello ciceroniano, e che si direbbe barocco, è una sensibilità acutissima per l’anima umana, una spiritualità capace d’intendere e accogliere tutte le contraddizioni e gli errori di cui anche e soprattutto le anime nobili sono capaci, additando al tempo stesso la via per la risoluzione di tali errori in un’apertura dello stoicismo a motivi epicurei e anche platonici e peripatetici. Nella considerazione tradizionale, S. appartiene come filosofo alla storia dello stoicismo, costituendo con Epitteto e Marco Aurelio la triade dei massimi rappresentanti della cosiddetta ultima stoa, di cui è il meno sistematico. Scarsamente originale, come gli altri due, tuttavia il tono morale e l’ideale umano proposto nelle sue riflessioni hanno una fisionomia inconfondibile. Se negli anni della vita di corte, accanto al pupillo Nerone, S. aveva cercato di trasferire sul piano politico i suoi ideali filosofici costruendo l’ideale del perfetto sovrano la cui vita è al servizio dell’Impero e che appunto per questo è sovrano assoluto (la concezione di S. è di fatto antisenatoria), negli anni del ritiro che precedettero la morte egli rivisse mentalmente questa esperienza e la rifuse con tutta la sua cultura e le sue meditazioni trascorse, per trarne una morale della sapienza e della saggezza che giustificasse insieme l’azione e l’ozio, e permettesse ‒ secondo l’ideale di tutta la tarda cultura antica ‒ di raggiungere uno stato di quiete dell’anima, non soltanto attraverso la rinuncia, ma mediante l’intelligente dominio delle passioni, in una serena austerità. Il principio morale che deve ispirare le azioni umane, viene a coincidere per lo stoico S. con il conformarsi dell’agire umano all’unico principio che pervade la realtà e si identifica con il Logos divino, il principio razionale che informa il tutto e in cui l’infinita concatenazione delle cause si configura come fatum e providentia. La libertà viene assimilata, in questo contesto, alla coraggiosa accettazione del destino, intesa come massima espressione della libertà umana e partecipazione al piano razionale e provvidenziale del divino. Centrale è nella sua riflessione il tema del tempo e della brevità della vita; alla precarietà dell’esistenza del singolo, che si avverte legata anche agli imponderabili rovesci di fortuna e agli umori del principe, S. oppone la pratica costante della virtù, in cui consiste la saggezza, la guida migliore cui possa affidarsi l’agire umano, anche nel momento supremo della morte.” (tratto da Treccani.it)

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