eBook di filosofia: Plotino, Enneadi

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Plotino, Enneadi

Fino all’età di 49 anni ca. Plotino non scrisse nulla, fedele all’accordo stipulato con i suoi sodali per cui non avrebbe rivelato niente della filosofia del maestro Ammonio. Compose successivamente 54 trattati, raccolti da Porfirio in sei gruppi di nove scritti ciascuno, le Éννεάδες (Enneadi, ➔), pubblicati secondo un criterio sistematico e non cronologico; la prima enneade riguarda l’individuo, la seconda e la terza sono dedicate al mondo sensibile, la quarta all’anima, la quinta all’intelletto, la sesta all’Essere e all’Uno. Il neoplatonismo plotiniano, che del sistema platonico riprende specialmente le formulazioni più tarde, sviluppa l’idea della discesa graduale dal divino al mondano, ma cercando di eliminare da quella idea ogni elemento contrastante con il dogma fondamentale della teologia classica, e cioè con l’idea della perfezione immobile e inattiva di Dio. In esso perciò il concetto della creazione appare sostituito da quello dell’emanazione, cioè del singolare processo per cui ogni realtà molteplice dell’Universo discende dall’assoluta unità di Dio, senza peraltro che questa deroghi in nulla dalla sua purissima trascendenza e sia in alcuna misura diminuita da tale derivazione. Secondo l’immagine a cui più spesso ricorre questa filosofia, il principio divino è come la realtà luminosa, da cui la luce si diffonde incessante senza che per ciò a quella realtà venga meno neppure la minima parte della sua sostanza: di qui il nome di «effulgurazione» (περίλαμψις, ἔλλαμψις, lat. effulguratio), che sempre più si afferma nell’ulteriore corso del neoplatonismo e che viene usato talvolta per fornire all’idea dell’emanazione una maggiore evidenza intuitiva. P. parla talvolta di uno «scorrere», di un «defluire» (ῥεῖν, ἀπορρεῖν) di tutte le molteplici determinazioni del mondo dalla prima fonte dell’Uno, ma avverte che tale espressione è puramente metaforica, perché l’Uno non perde, per tale efflusso, nulla della sua sostanza: questa è la ragione per cui egli ricorre più spesso alle metafore attinte alla sfera dei fenomeni luminosi. Il termine πρόδος («processione») si incontra occasionalmente nelle Enneadi, ma sono frequenti i verbi corrispondenti προιέναι e προβαίεναι. La processione ipostatica è descritta attraverso l’immagine della luce che va progressivamente affievolendosi nella sesta Enneade (4, 9). La processione è un’operazione che si compie nella dimensione dell’eterno: l’Uno genera ab aeterno l’Intelligenza, per una sorta di sovrabbondanza della sua essenza; l’Intelligenza genera l’Anima del mondo e le anime individuali in quanto contempla l’Uno: il suo contemplare è un generare; l’Anima genera infine il mondo sensibile in virtù della sua contemplazione nel νοῦς dei paradigmi ideali delle cose. Centrale è nel sistema plotiniano la prima determinazione dell’assoluto principio (cioè dell’Uno affatto indeterminato e ineffabile), a proposito del quale P. si ricollega all’antico motivo eleatico-zenoniano dell’unità sovrastante a ogni determinazione molteplice, non senza però valersi anche dell’accentuazione della trascendenza divina operata dal medio platonismo e da Filone di Alessandria, culminanti nella tesi che tale primo e divino principio potesse essere definito soltanto negativamente, attraverso l’astrazione da ogni determinazione concreta. Tale prima determinazione è quella per cui l’Uno stesso si sdoppia nella dualità del νοοῦν e del νοοῦμενον, del pensante e del pensato, e si pone perciò come νοῦς «intelletto», che, pur distinguendosi in quei termini, s’identifica con entrambi, perché la sua assoluta consapevolezza non sussisterebbe se la realtà intelligente non fosse la stessa realtà intelletta, e viceversa. Questa autocoscienza resta d’altronde formulata sullo schema della teologia aristotelica, assumendo poi insieme anche un aspetto schiettameme platonico, in quanto l’intelletto viene a identificarsi con lo stesso «mondo intelligibile» (κόσμος νοητός) in cui si vede compreso (anche qui attraverso le interpretazioni del medio platonismo e di Filone) tutto il mondo delle idee, propriamente considerate come concetti, contenuti logici di coscienza. S’intende quindi come il terzo momento in cui si articola il processo emanativo plotiniano sia quella stessa «anima» (ψυχή), che nel sistema platonico appare per certi aspetti come realtà intermediaria tra il mondo ideale e quello materiale: materiale, infatti, o meglio costituito di idealità e di materialità e procedente per gradi verso una sempre maggiore assenza della prima e presenza della seconda (da cui, come si è detto, la sua somiglianza con il mondo aristotelico delle sostanze materiate), è tutto il complesso delle realtà che discendono da queste prime tre ipostasi e che, attraverso la terza, traggono principalmente il loro lume dalla seconda. Qui il sistema di Plotino accoglie in sé anche elementi stoici, perché, in quanto principi generatori della realtà molteplice nella natura, le idee costituenti il κόσμος νοητός dell’intelletto si riflettono nell’anima come λόγοι σπερματικοί, rationes seminales, cioè come principi in cui la pura razionalità dell’intelligibile si arricchisce di un carattere concretamente creativo. L’Intelligenza dà infatti le ragioni seminali all’Anima dell’Universo, «l’anima che procede da questa ed è dopo l’Intelligenza le dà all’anima che viene dopo di sé illuminandola e informandola e quest’ultima, quasi per incarico, produce le cose» (Enneadi, II, 3, 17). L’Uno, l’Intelletto e l’Anima universale sono dunque le tre «ipostasi» (ὑποστάσεις, e cioè, anche etimologicamente, substantiae, realtà sussistenti in sé come ideale fondamento di tutte le altre), che nel neoplatonismo plotiniano, conciliante nella sua sintesi le più importanti concezioni della metafisica e della gnoseologia precedenti, manifestano il processo di discesa dal principio supremo fino ai limiti del sensibile e forniscono così l’esempio fondamentale di quel processo emanatistico, che da un lato deduce il mondo da Dio e dall’altro mira a non abbassare Dio nel mondo. Se il motivo dell’emanazione viene in tal modo a definirsi come originale compromesso tra la teologia ellenica della trascendente inattività divina e la teologia cristiana che afferma la presenza di Dio nel mondo, operante come volontà creatrice (per cui vasto fu l’influsso di Plotino sulla stessa patristica greca), è anche vero che la conclusione morale del suo sistema resta inquadrata nell’ambito dell’etica classica, fondata sull’ideale pratico dell’inerte e indifferente considerazione delle cose. Riprendendo le concezioni platoniche e aristoteliche, egli afferma infatti la superiorità della teoria sulla prassi e indica nella contemplazione il modo di attuazione di quella assimilazione al divino (ὁμοίωσις ϑεῷ), che costituisce il fine ultimo dell’umano operare, mentre nell’intuizione del primo principio culmina l’ascesa etica, che, progredendo dalle virtù etiche a quelle dianoetiche, si attua come ritorno all’Uno di ciò che dall’Uno ha tratto origine. Ma d’altronde, in quanto l’Uno trascende ogni determinazione logica, la sua intuizione non potrà essere razionale conoscere e contemplare (cui la pluralità è infatti necessariamente connessa nella distinzione del soggetto e dell’oggetto), ma si attuerà misticamente, come slancio d’amore e completa dedizione, nell’uscita dell’individuo da sé stesso (ἔκστασις); l’estasi è infatti distacco dal sensibile, dal razionale, da ogni dimensione puramente individuale, attraverso la quale l’anima può risalire i gradi dell’emanazione e ritrovarsi sola con l’Uno: «Questa è la vita degli dei e degli uomini divini e beati; distacco dalle cose di quaggiù, vita che non si compiace più delle cose terrene, fuga di solo a solo» (Enneadi, VI, 9, 11). Nella Vita di Plotino, per sottolineare l’eccezionalità di questa esperienza, Porfirio racconta come essa sia stata vissuta dal maestro soltanto quattro volte. Quello di estasi è un concetto tipico del pensiero plotiniano, che costituisce il limite in cui la teoreticità dello spirito greco, impegnato a risolvere problemi che sono ormai essenzialmente etico-religiosi, sembra annullarsi come tale. Nel momento in cui si rende evidente il declino del paganesimo, si afferma un clima religioso in cui è sempre più frequente il ricorso a pratiche magico-teurgiche, cresce lo spazio concesso all’irrazionalismo e si acutizza il conflitto con la religione cristiana, il pensiero di Plotino si propone tuttavia come la rivendicazione di una filosofia razionale e spirituale erede di una tradizione che ha ancora l’ambizione di rispondere agli interrogativi e alle esigenze del suo tempo” (tratto da Treccani.it)

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