eBook di filosofia: M. Lipman, Philosophy for children e pensiero critico

Lipman

Matthew  Lipman, Philosophy for children e pensiero critico

“Evitando di entrare in specifiche questioni di merito relativamente al valore della dimensione storica nell’insegnamento della filosofia, quello che qui si vuole porre in risalto è l’obiettiva difficoltà di avvicinare due differenti modelli di educazione filosofica. Il primo, quello della nostra tradizione storicistica, punta essenzialmente sull’acquisizione di un congruo bagaglio culturale come momento di consapevole sintesi storico-teoretica; l’altro, corrispondente alla proposta di Lipman, dopo essersi sbarazzato di ogni aspetto formale proveniente dalla tradizione, ambisce a recuperare il senso della filosofia come pratica quotidiana di ricerca. Il distacco è avvenuto sull’onda dell’insoddisfazione per l’insegnamento tradizionale esplicitamente dichiarata da Lipman allorché egli era docente di filosofia alla Columbia University. Di fronte alla protesta studentesca del 1968, di fronte alle incomprensioni, agli irrigidimenti e alle intemperanze delle parti in lotta, egli rimaneva sconcertato dallo scarso ricorso alla ragione constatato e incominciava a nutrire seri dubbi sull’utilità dell’insegnamento della filosofia rispetto ad aspettative come la criticità del pensiero, l’autonomia di giudizio, la ragionevolezza della prassi. […] Alla base del programma IAPC (Institute for the Advancement of Philosophy for Children), nella qualità di motivo pedagogico ispiratore, troviamo l’idea di una possibile pervasività didattica della riflessione e della ricerca filosofica. Le implicazioni di questa premessa sono numerose e rilevanti e racchiudono interessanti prospettive didattiche. La prima condizione che rende possibile la trasversalità di un insegnamento è la sua natura formale. Da qui la messa in parentesi degli specifici contenuti disciplinari (testi, autori, astrusità linguistiche, specificità lessicali, e così via). Ciò che resta della filosofia, quello che veramente vale la pena di insegnare a tutti i ragazzi fin dal primo giorno di scuola, è, secondo Lipman, lo straordinario patrimonio di idee che la tradizione ha accumulato (con particolare riguardo alla logica) e, soprattutto, quella peculiare attitudine alla ricerca che si sostanzia nella pratica del confronto dialogico. Questa l’autentica dimensione formativa dell’insegnamento filosofico, la via di accesso alla quale, in una scuola di massa , non può essere rappresentata però dai classici (inaccessibili ai più) e tanto meno dai manuali (sono inerti e nozionistici). Ecco , allora, l’alternativa proposta: una serie di racconti scritti col consapevole obiettivo di fornire strumenti, adatti alle singole tappe dello sviluppo, per aiutare ad apprendere a pensare correttamente.

C’è un passo di uno di questi racconti in cui l’obiettivo viene illustrato dal protagonista con le parole seguenti: <<A scuola noi pensiamo alla matematica, pensiamo all’ortografia, pensiamo alla grammatica. Ma quando mai ci è capitato di pensare al pensiero? […] Se noi pensiamo all’elettricità, possiamo capirla meglio, e allora, se pensiamo al pensiero, potremo capire meglio noi stessi>>. E’ qui che è racchiuso il carattere formale di questo insegnamento filosofico e, quindi, il suo possibile valore formativo, nonché la sua vocazione transdisciplinare. In realtà, il suo nucleo didattico, definito in termini di finalità generali, consiste nell’attivazione e nell’incremento di ciò che Lipman indica coi termini Thinking skills.

Prendendo posto in un’area della ricerca educativa nell’ambito della quale si tende ad enfatizzare il valore dell’attività strutturante propria di ogni soggetto che apprende, Lipman ha così ripensato il ruolo dell’insegnamento della filosofia in chiave squisitamente formativa, trovando nella originaria attitudine alla meraviglia e all’eterno interrogarsi insieme i principi di una proposta per una vera e propria riforma dell’educazione. I suoi maestri non sono tanto pedagogisti e psicologi; sono soprattutto i filosofi che hanno saputo usare il linguaggio come strumento di accesso alle idee e come veicolo di comunicazione; soprattutto i Presocratici e Socrate, presso i quali la preminenza della comunicazione orale assicurava alla filosofia la costante compenetrazione con la concretezza del vissuto individuale e sociale. Da questo punto di vista, la ricchezza della filosofia non consisterebbe propriamente nella rete dei suoi concetti, sempre discutibili, quanto, in primo luogo, nel fatto che nella forma socratica <<il far filosofia – asserisce Lipman – era emblematico di una ricerca comune come modo di vivere. […] Rappresenta paradigmaticamente l’educazione del futuro come forma di vita che non è ancora stata realizzata, e come tipo di prassi>>.

Così intesa, la filosofia è chiamata a riaffermare la sua funzione educativa essenziale in un rinnovato appello al “Conosci te stesso” che non cessa di riconoscere la mediazione dello scambio comunicativo come tramite insostituibile per la sua realizzazione. Del dialogo Lipman ha fatto la bandiera di un rinnovato attivismo pedagogico. Se da Socrate deriva il senso etico della ricerca in comune, la misura della problematicità di ogni sapere, da Dewey è direttamente mutuato il valore sociale dell’educazione nel senso moderno della stretta interdipendenza di “scuola e società”: la scuola non può esimersi dal produrre competenze per la società a cui si riferisce come suo ambiente. E, tuttavia, la nozione di funzionalità è posta da Lipman già al di là di ogni negativa strumentalità asservita. E’ posta esattamente nella relazione positiva coi bisogni e le forme di articolazione propri di quella grande comunità di ricerca che è l’umanità e, in un senso più profondo, in relazione anche con quella realtà bifronte che è il razionalismo occidentale, la cui crisi può anche significare l’annuncio della fine della metafisica (del potere della metafisica), ma anche, contemporaneamente, l’avvento di un moderno tribalismo. Con piglio illuministico Lipman non esita ad addossare al sistema scolastico la maggiore responsabilità delle disfunzioni e dei mali che affliggono le nostre società. Essi gli sembrano riconducibili, in ultima analisi, ad un grave deficit di razionalità riscontrabile nella prassi ordinaeria, a dispetto dell’incomparabile dispiegamento di razionalità tecnologica che caratterizza la nostra società.” (tratto da Antonio Cosentino, Lipman e la Philosophy for Children)

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