Kaiak. A Philosophical Journey: una rivista online di filosofia

Kajak

Kaiak. A Philosophical Journey è una rivista di filosofia on line fondata da alcuni membri della redazione della rivista Kainós, ormai chiusa. La scelta del titolo è determinata dall’esigenza di marcare la conclusione del precedente percorso con un nome che, da un lato, rendesse il senso della rottura, anche antropologica e dall’altro comunicasse al lettore il carattere avventuroso della (ri)partenza attraverso un minuscolo strumento di viaggio.

Queste sono le sezioni in cui è articolata la rivista:

  • Fondali accoglie brevi testi novecenteschi dimenticati, in qualche modo legati al tema
  • Correnti ospita saggi di autori e studiosi contemporanei
  • Derive (Letteratura, Cinema, Musica, Teatro) propone articoli e interventi, legati al tema generale, sulla letteratura, la musica, il cinema e il teatro
  • Coste ospita recensioni a testi particolarmente significativi per il tema
  • Paesaggi accoglie saggi, ricerche e percorsi bibliografici su temi liberi.

“Nella lingua parlata dai popoli dell’Artico, il sostantivo kayak (alla lettera, ‘barca per gli uomini’) designa il natante tradizionale che ogni Inuit doveva saper costruire da solo con il legno riportato a riva dalla corrente, lavorandolo fino a formare un telaio poi ricoperto da pelli di foca e impregnato con grasso dello stesso animale. Questa sorta di skin of frame cucito dal pilota come un vestito, sfruttando quello che il mare restituiva e offrivano le prede (nervi, ossa, pelle) e le parti del proprio corpo come unità di misura, veniva usato dagli Inuit per la caccia e gli spostamenti, ma doveva soprattutto garantire la sopravvivenza di colui che lo aveva costruito.

In termini benjaminiani molto eterodossi, il ricercatore contemporaneo che naviga nella liquidità del web reincarna l’uomo costruttore di kayak, che dentro un paesaggio tanto primevo quanto post-apocalittico (dove l’apocalisse è, alla lettera, rivelazione divina di un nuovo medium, quello digitale, che sta spazzando via come uno tsunami il nostro vecchio sistema di pensiero alfabetico), sopravvive utilizzando relitti di linguaggio, ma anche brandelli del mondo che sorge: un selvatico flâneur che, dovendo farcela con poco, cerca di fabbricare se stesso insieme alla sua barca – divenendo così soggetto e oggetto del processo di costruzione –, mentre solca estatico le acque elettrificate che nascondono alla vista le rovine della tradizione filosofica.

Se insomma nel brave new world contemporaneo l’uomo diventa il suo kayak, e viceversa, per rendere visibile il rischio di rovesciamento, e insieme la necessità di ritrovare subito l’equilibrio, abbiamo deciso di scrivere il palindromo kayak con la seconda parte capovolta; in questo modo e con un’ulteriore forzatura – da kayak a kaiaʞ – , la nostra barca non soltanto rifletterà la manovra usata dal pilota per tornare in superficie, ma conterrà, insieme alla parola Kai – in tedesco Kai è la banchina del porto da cui si leva l’ancora, ma anche il molo dell’attracco –, quel kai… kai…, e… e…, che deleuzeanamente costituisce il segno di una filosofia in grado di esprimere la molteplicità e la dignità di ogni elemento occasionale o precario dell’esistente.

Poiché il suo stesso nome condensa la fatica del pensiero in un’artigianale e stratificata metafora di auto-costruzione, kaiaʞ si propone di funzionare come una rivista la cui specifica prestazione consista in un paziente lavoro di ibridazione e congiunzione del molteplice: nella tessitura di un patchwork filosofico all’interno dei dispositivi contemporanei. Il suo compito sarà dunque quello di raccogliere e trasformare ciò che emerge dalle striature del mare del presente, fabbricando nuovi concetti per mapparle e tracciarvi nuove rotte ed esperienze, mentre ai lettori e a coloro che a vario titolo vorranno collaborare, essa rivolge un invito umile ma radicale: mettere in questione il proprio rapporto con se stessi e con gli altri a partire dall’attenzione agli scarti del mondo, e senza disdegnare alcuna manifestazione della sua positività.

 

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