eBook di filosofia: F. A. Hayek, The Use of Knowledge in Society

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Friedrich A. Hayek, The Use of Knowledge in Society

Critica del razionalismo costruttivistico. Nell’opera di H. la riflessione economica è strettamente connessa con l’indagine sulla genesi delle istituzioni sociali e politiche e sullo statuto epistemologico delle scienze sociali. Il punto di partenza è dato dalla critica alle economie pianificate: il piano non può produrre gli effetti desiderati perché presuppone la conoscenza simultanea di una immensa quantità di informazioni particolari che sono disperse tra milioni di individui e che è impossibile concentrare in una sola autorità. La ‘presunzione’ implicita nell’idea di piano deriva, per H., dallo scientismo, ossia dal tentativo di estendere e applicare in modo acritico i metodi delle scienze naturali alle scienze sociali. E tale tentativo discende a sua volta dal ‘razionalismo costruttivistico’, ossia da quell’abuso della ragione consistente nel pensare che le istituzioni sociali, essendo create dagli uomini, possano essere modificate da questi ultimi secondo i loro desideri e i loro ‘disegni’. In realtà – afferma H. rifacendosi alla tradizione scozzese che da Mandeville giunge a Hume, Smith e Ferguson – le istituzioni umane nascono dalle azioni umane, ma non sono il frutto dell’umano progettare: il linguaggio, il mercato e il diritto sono il frutto di un lungo processo evolutivo nel corso del quale le azioni intenzionali provocano continuamente effetti inintenzionali, dando vita a un ordine spontaneo (in genere superiore agli ordini costruiti, come dimostrano l’economia e la biologia). In tutti i settori della vita associata, dalla sfera economica a quella intellettuale e morale, le migliori soluzioni non derivano quindi dal sapere di un soggetto (sia esso un individuo, una classe, un partito, un’élite), ma da un processo di sperimentazione collettiva fondato sulla libertà individuale e sulla consapevolezza dei limiti della ragione: «Solo là dove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose – scrive H. – si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci tra queste, un miglioramento costante».

Liberalismo, statalismo e democrazia. In questa prospettiva, per H. è impensabile scindere, in ambito politico, la libertà economica dalla libertà politica: «Il controllo economico non è il semplice controllo di un settore della vita umana che possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini»; di conseguenza, se vi è un possessore unico (o prevalente) dei mezzi di produzione, come avviene nei regimi socialisti o in certe forme di Stato assistenziale, vi sarà anche un controllore unico (o prevalente) dei fini considerati leciti. In altre parole, la libertà scomparirà o sarà gravemente compromessa. È questo un assunto-cardine della tradizione liberale che H. vede, dagli anni Trenta agli anni Sessanta, sempre più dimenticato: di qui la sua battaglia, a lungo isolata, a favore del mercato e contro ogni forma di statalismo (non va tuttavia dimenticato che H. riconosce allo Stato alcune importanti funzioni e ritiene che le società avanzate debbano garantire a tutti un ‘reddito minimo’). Nel quadro del suo classical liberalism H. rivolge una serrata critica alla ‘degenerazione’ della legge nelle democrazie contemporanee. Per la tradizione britannica, la legge è l’insieme delle norme di condotta lecita, che hanno un carattere universale e astratto: esse sono la libertà di contratto, l’inviolabilità della proprietà (che include lockianamente vita e libertà), il dovere di compensare i terzi per danni dovuti alla nostra colpa. È a questo tipo di legge che si riferivano i liberali anglosassoni quando collegavano la libertà al principio del rule of law: la libertà è possibile soltanto sotto la legge, perché quest’ultima, lungi dall’essere l’espressione della volontà particolare di uno o di molti, è una norma di condotta generale valida per tutti. Ma nelle democrazie contemporanee la legge viene confusa con la legislazione, ossia con quei comandi che le maggioranze parlamentari adottano per realizzare i loro programmi e avvantaggiare gruppi sociali particolari. In tal modo è ‘saltata’, secondo H., quella separazione dei poteri alla quale Montesquieu e i padri della costituzione americana si affidarono per sconfiggere il dispotismo e garantire la libertà individuale. Per tale ragione H. propone un piano di riforma istituzionale delle democrazie (che dovrebbero prendere il nome di demarchie), consistente nel separare nettamente l’assemblea legislativa (chiamata a occuparsi delle norme di condotta lecita e composta con criteri e durata particolari) dall’assemblea governativa, incaricata di dare espressione alla volontà e agli interessi della maggioranza attraverso l’ordinaria legislazione.” (tratto da Treccani.it)

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