eBook di filosofia: P. Abelardo, Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano

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Pietro Abelardo, Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano

(tratto dai Contenuti digitali di M. De Bartolomeo – V. Magni, Storia della filosofia)

“Opera ultima e incompiuta di Abelardo, il Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano rappresenta il punto finale della sua ricerca e può essere considerata una summa del suo pensiero. L’opera, scritta tra il 1141 e il 1142, ha una struttura molto semplice. Nel Prologo Abelardo narra di aver visto in sogno un giudeo, un cristiano e un filosofo (che da alcuni particolari si rivela essere musulmano) chiedergli di giudicare quale religione, tra cristianesimo e giudaismo, abbia un solido fondamento di verità. Mentre il giudeo e il cristiano basano la loro fede sulle Scritture, il filosofo pur credendo in Dio, segue la ragione. A prendere parola per primo è il giudeo, che espone i tratti salienti della sua religione. Essa ruota attorno all’obbedienza alla legge che Dio ha donato al popolo per istruirlo e frenare le sue inclinazioni al male. Per questa ragione la legge ebraica è venuta prima di tutte le altre, e quindi è la più autorevole e credibile. Gli ebrei non sono dunque biasimevoli, perché dimostrano l’amore per Dio praticando opere ignote ai cristiani, che se non giovano, neppure fanno danno. Non solo. Quello ebraico è l’unico popolo in grado di sopportare tante prove in nome di Dio. Gli ebrei, afferma il giudeo, sopportano anche il disprezzo altrui («tutti pensano che sia giusto disprezzarci e odiarci»), nella convinzione che tali disgrazie siano dovute all’odio di Dio e a una sua giusta vendetta. ll filosofo obietta che tale legge (la cui durezza è ammessa dallo stesso giudeo) è fondata solo sulla fede nel patto tra Dio e Israele e non sulla ragione (lo stesso giudeo sostiene che solo in età matura è possibile raggiungere una consapevolezza razionale dell’obbedienza alla legge). Il filosofo passa quindi a interrogare il cristiano riconoscendo quanti consensi abbia ricevuto la predicazione cristiana in quanto fondata su argomenti razionali e non solo su segni visibili. Da parte sua il cristiano afferma che la legge naturale è stata donata dalla “sapienza di Dio” e chi la segue può essere chiamato filosofo (Abelardo stabilisce così un asse di continuità tra la ragione degli antichi e la rivelazione cristiana). In questa prospettiva il vero fine dell’uomo consiste nell’obbedire alle leggi divine e nel trascendersi per conseguire, al di là dell’orizzonte terreno, la piena realizzazione di sé nella beatitudine della vita eterna. Quest’ultima sembra coincidere con la perfezione morale che si attua quando l’uomo, unendosi a Dio, supera la condizione di corruzione abbandonando il peccato. Secondo il cristiano il vero fine è l’allontanamento dal peccato come ristabilimento del rapporto con Dio da ricercarsi nell’interiorità dell’anima. L’opera si chiude con la chiarificazione dei temi del bene e del male («penso che si possa dire che è semplicemente un bene, cioè una cosa buona, quella che porta vantaggio a uno, senza andare necessariamente contro l’utile o la dignità di un altro. Al contrario penso che si possa chiamare male, cioè cosa malvagia, ciò che si oppone necessariamente al vantaggio o al decoro di un altro») e dell’ordine provvidenziale del mondo per cui è bene che anche il male sia.” (tratto da Philosophica)

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