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eBook di filosofia: R. Bonanno, La Proairesis in Plotino e Proclo: una proposta interpretativa sulla scelta morale nel Neoplatonismo

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Roberta Bonanno, La Proairesis in Plotino e Proclo: una proposta interpretativa sulla scelta morale nel Neoplatonismo

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Milano; Tutor: M. Bonazzi, G. Mormino, J. Opsomer. – (31. ciclo, Anno Accademico 2018)

Oggetto di questa tesi è l’analisi di alcuni aspetti dell’evoluzione del concetto di proairesis nel Neoplatonismo. Ora, la proairesis, com’è noto, trova la propria prima grande definizione in Aristotele, lì dove essa indica la scelta deliberata tra più mezzi per raggiungere un fine già prestabilito. Poiché però nel Neoplatonismo essa si legherà strettamente con argomenti che riguardano l’autodeterminazione e la responsabilità, ovvero argomenti che nel corso della storia della filosofia si erano sviluppati nell’ambito della scelta morale, la nostra tesi si occuperà necessariamente di entrambi i concetti, ovvero della scelta morale in generale e della proairesis nello specifico, oltre che degli altri concetti connessi al nostro argomento. Quanto alla scelta in sé e per sé, essa è innanzitutto, in generale, argomento vasto e che tocca diversi ambiti, dalla filosofia fisica, alla filosofia della mente alla filosofia morale.

Nel mondo antico, infatti, poiché la scelta si configura anche quale causa di un atto, essa era un argomento che poteva essere studiato anche come parte della filosofia fisica. D’altra parte, nella misura in cui le riflessioni sulla scelta riguardavano i processi mentali e le facoltà dell’anima eventualmente coinvolte, non mancano oggi testi dedicati alla scelta nel mondo antico che adottano un approccio che sconfina nella filosofia della mente. In questo contesto, ci soffermeremo solo su alcuni aspetti etici della scelta ed appunto per questo parleremo di “scelta morale”. Nello specifico, ci occuperemo della riflessione di due Neoplatonici, Plotino e Proclo, sulla scelta morale delle anime individuali nel mondo sensibile (e sarà ad esse che alluderemo quando useremo i termini di “soggetto” e di “uomo”) approfondendo anche il ruolo delle componenti dell’anima e dei condizionamenti esterni ed interni nel processo di scelta, così come la responsabilità morale che ne deriva.

La decisione di soffermarci specificamente su questi due filosofi deriva, oltre che da una necessaria delimitazione di campo, anche dall’idea per cui Plotino e Proclo elaborino due concezioni della scelta morale che, tolti i comuni presupposti metafisici ed etici su cui si basano, per altri aspetti percorrono itinerari quasi opposti.”

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eBook di filosofia: D. Cufalo, Scholia Graeca in Platonem. Scholia ad Clitophontem et Reipublicae libros I-V continens

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Domenico Cufalo, Scholia Graeca in Platonem. Scholia ad Clitophontem et Reipublicae libros I-V continens

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Pisa (a.a. 2010-2011)

“La presente tesi propone una nuova edizione critica degli scolii al Clitofonte ed ai libri I-V della Repubblica di Platone, fondata su una nuova collazione di tutti i principali testimoni manoscritti e su un completo ripensamento della storia tradizione, anche alla luce di nuove acquisizioni circa il rapporto con le fonti erudite utilizzate per confezionare il corpus. “

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eBook di filosofia: G. Campoccia, Su Nietzsche e Bloch: nichilismo e autocotradditorietà della secolarizzazione

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Giuseppe Campoccia, Su Nietzsche e Bloch: nichilismo e autocotradditorietà della secolarizzazione

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Milano, a.a. 2011; tutor: R. Fabbrichesi, P. D’Alessandro ; coordinatore: R. Pettoello

“L’ipotesi di questa ricerca è che l’autocontraddittorietà costituisca l’anello (o il circolo) che congiunge nichilismo e secolarizzazione, e che essa sia altresì il filo conduttore con il quale interpretare, in primo luogo, la questione del nichilismo in Nietzsche e, in secondo luogo, il fenomeno della secolarizzazione della religione occidentale, intorno al quale si sviluppa una parte importante della riflessione di Nietzsche e Bloch. A partire dalla riflessione di Bloch sulla secolarizzazione tenterò inoltre di trattare la questione del nichilismo nell’opera di quest’ultimo.
Cercherò di mostrare come per la sua struttura autocontraddittoria la
secolarizzazione della religione occidentale (e il discorso stesso che la pronuncia) sia congiunta con la tesi principale del nichilismo e possa essere intesa come suo svolgimento. Una parte importante della riflessione di Bloch viene così riletta a partire dalla ripresa della tesi nietzschiana dell’autodissoluzione del cristianesimo in Ateismo nel cristianesimo (1968), vale a dire come coerente svolgimento filosofico della tesi dell’autocontraddizione della religione occidentale intesa come principio della secolarizzazione. Questo legame dovrebbe giustificare una ricerca sulle conseguenze teoriche di una ripresa da parte di Bloch della tesi dell’autocontraddittorietà del cristianesimo nel mezzo del nichilismo e offrire l’occasione per trattare la questione del nichilismo e della sua logica su questa base.”

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eBook di filosofia: T. Bascelli, I fondamenti della nuova scienza del moto: la cinematica di Galileo e la geometria di Torricelli

(c) Wellcome Library; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Tiziana Bascelli, I fondamenti della nuova scienza del moto: la cinematica di Galileo e la geometria di Torricelli

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2018)

“Questo lavoro di ricerca intende dare una diversa lettura alla Nuova scienza del moto elaborata da Galileo Galilei nei Discorsi (1638) e da Evangelista Torricelli nell’Opera geometrica (1644). L’attenzione è rivolta al processo di matematizzazione che subisce il moto locale nel momento in cui nasce la meccanica moderna, per analizzarne le condizioni di realizzazione e le caratteristiche principali. Il moto locale, una questione dibattuta all’interno della filosofia naturale, diventa cinematica, cioè scienza. Si mostrerà che la strutturazione di un nuovo concetto di velocità è l’evento decisivo che porta l’accezione ingenua e intuitiva della tradizione, ad assumere l’accezione tecnico-operativa di grandezza continua. La natura della continuità è inscindibile dalla nozione di infinito e l’analisi di questo legame è la chiave di lettura proposta.”

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eBook di filosofia: D. Brugnaro, Judging. Origini e articolazioni dell’indagine sul giudizio di Hannah Arendt

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Davide Brugnaro, Judging. Origini e articolazioni dell’indagine sul giudizio di Hannah Arendt

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2018)

“La ricerca riguarda la questione del giudizio in Hannah Arendt, la parte incompiuta e uno degli aspetti più controversi della sua opera. L’intento è quindi duplice, ricostruttivo e interpretativo. Il lavoro si compone di tre sezioni. La prima si rivolge soprattutto agli anni Cinquanta della produzione arendtiana. In quel periodo, infatti, Arendt appronta la cornice concettuale del suo successivo itinerario intellettuale, al punto che la riflessione sul giudizio può essere considerata come l’ultima espressione del tentativo di pensare la relazione fra l’uomo posto al singolare e l’uomo posto al plurale. All’interpretazione fortemente critica di Platone, Arendt contrappone la positività della figura di Socrate, al fine delineare un diverso modo di concepire e praticare la filosofia rispetto a quello divenuto egemone nella tradizione della filosofia occidentale e, di conseguenza, una possibile conciliazione fra modo di vita filosofico e politico. Il secondo capitolo si propone di mostrare la legittimità della distinzione fra giudizio politico, storico e morale, al fine di comprendere la complessità di significati e funzioni che Arendt andava attribuendo alla facoltà del giudizio. Il capitolo prende in esame la dimensione prettamente politica del giudicare. La chiave utilizzata per approcciare la multiforme facoltà giudicativa è quella della figura dello spettatore, la quale rappresenta l’uomo colto nell’esercizio della sua facoltà di giudicare. Se si danno diverse modalità di giudizio, a seconda degli ambiti dell’umana esperienza coinvolti, vi saranno anche diverse tipologie di spettatorialità. Questa parte del lavoro si confronta con l’interpretazione politica che Arendt offre della terza Critica kantiana. Uno degli intenti perseguiti è quello di mostrare l’insostenibilità della lettura che ha visto in Arendt la presenza di due diverse teorie del giudizio (una che lo considera facoltà relativa alla vita politica e un’altra come componente della vita mentale). Pur riconoscendo differenze e oscillazioni, si è cercato di evidenziare la fondamentale e simbiotica relazione esistente fra l’attore e lo spettatore, nonché una certa unità di fondo nel percorso arendtiano, che non si è mai tradotto in una depoliticizzazione della facoltà di giudicare. L’ultima parte del lavoro prende in considerazione l’aspetto morale del pensiero arendtiano, cercando di evidenziare che cosa significhi giudicare moralmente. Si sono esaminate le questioni relative al male, alla dualità insita nel pensiero e ai suoi effetti etico-politici, all’insegnamento morale socratico e allo spettatore interiore, nonché ai complessi e problematici rapporti che Arendt tratteggia fra il dominio dell’etica e quello della politica. Considerato l’accento che Arendt pone, nella sua interpretazione del giudizio morale, sul giudicare a partire da sé, ossia sull’autonomia in esso implicata, ci si chiede, in sede di conclusione, in che termini sia legittimo parlare di un momento singolare, oltre che plurale, nell’attività giudicativa, avanzando infine la proposta di riconsiderare, nella questione del giudizio, accanto alla categoria della pluralità, anche la dimensione della singolarità.”

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eBook di filosofia: F. Pullano, Non nisi amor plene capiat quae sunt divina. Guglielmo di Saint Thierry e la grammatica della volontà

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Francesca Pullano, Non nisi amor plene capiat quae sunt divina. Guglielmo di Saint Thierry e la grammatica della volontà

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Milano a.a. 2015. Tutor: prof. Parodi

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eBook di filosofia: Una Lampada nella notte [:] L’Ars inventiva per triginta statuas di Giordano Bruno

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Lucia Vianello, Una Lampada nella notte [:] L’Ars inventiva per triginta statuas di Giordano Bruno

Tesi di dottorato discussa presso l’Università di Padova (2014)

Il trattato noto come ‘Lampas triginta statuarum’ di Giordano Bruno, oggetto della mia dissertazione, è uno scritto rimasto inedito e pubblicato solo nel 1891 da Felice Tocco e Girolamo Vitelli nel terzo volume degli Opera latine conscripta.
La sua composizione risale al periodo trascorso da Bruno a Wittemberg (1586-88). Nell’Accademia della città tedesca egli insegnò come docente privato, leggendo l’Organon di Aristotele. In quegli anni diede alle stampe altre due ‘Lampadi’ oltre a questa: il De Lampade combinatoria Lulliana (un commento dell’Ars Magna di Lullo) e il De progressu et Lampade venatoria logicorum (un compendio dei Topici). Con la sua Lampas triginta statuarum, che completa la trilogia, egli intendeva perfezionare gli strumenti logici tradizionali, sia di matrice aristotelica e “Porfiriana” che di derivazione lulliana.
Il trattato è trasmesso nella sua prima redazione dal Codice di Augusta (A), insieme al testo a stampa del De Lampade combinatoria Lulliana e al manoscritto delle Animadversiones circa Lampadem Lullianam, redatto sulla stessa carta e con lo stesso inchiostro della Lampas da un ignoto copista, un allievo tedesco di Bruno. Il Codice A, conservato nella Biblioteca di Augsburg, apparteneva probabilmente ad Heinrich Heinzel, al quale Bruno dedicò l’ultima opera da lui pubblicata, il De imaginum, signorum, et idearum compositione (Francoforte, 1591) che, benché più tarda, è per molti aspetti legata alla Lampas
Lasciata Wittemberg nel 1588, ad Helmstedt (1589-90) il filosofo si dedicò alla composizione di alcuni testi (De magia e Theses de magia, De rerum principiis et elementis et causis, Medicina Lulliana, De magia Mathematica) rimasti inediti e raccolti nel Codice di Mosca (M), insieme ad una seconda redazione della Lampas triginta statuarum e al De Vinculis in genere. Il Codice di Mosca, o Codice Norov, dal nome del nobile russo Avraam Sergeevic Norov che lo acquistò per la sua collezione dal libraio Edwin Tross nell’Ottocento, contiene alcune pagine autografe, ma per la maggior parte è di mano di Hyeronimus Besler.
Nell’autunno del 1591, durante il soggiorno patavino di Bruno, Besler trascrisse il De Vinculis, abbozzato a Francoforte, e copiò il trattato di ‘ars inventiva per triginta statuas’. In quest’opera il filosofo Nolano abbandona i toni aspri della polemica diretta contro gli aristotelici del suo tempo per aprirsi ad un dialogo e un confronto serrato con la tradizione, in special modo aristotelico-scolastica, che viene condotto attraverso l’analisi in profondità di trenta concetti in uso nell’esercizio del filosofare, simboleggiati da trenta possenti statue di figure mitologiche
Sotto questo profilo l’opera presenta la struttura di un dizionario di termini filosofici (per il quale Bruno sembra ispirarsi al V libro della Metafisica di Aristotele) e mostra affinità con un altro testo, composto più tardi a Zurigo e rimasto inedito (venne pubblicato postumo dal suo allievo Raphael Egli in due edizioni, nel 1595 e poi nel 1609 con la sezione Praxis descensus seu applicatio entis): la Summa terminorum metaphysicorum, un “trattato di nomenclatura filosofica” (secondo l’espressione di Erminio Troilo) nel quale vengono esaminati cinquantadue categorie concettuali appartenenti al lessico aristotelico-scolastico.
Nei Centum et viginti articuli de natura et mundo adversus Peripateticos (l’opuscolo programmatico della disputa di Cambrai che ebbe luogo a Parigi nel 1586) il cui testo viene ripreso nell’Acrotismus (edito a Praga nel 1588) la critica alla filosofia naturale di Aristotele è svolta attraverso tesi, che riguardano nozioni fondamentali come natura, movimento, tempo, luogo, e così via.
Nella Lampas Bruno prosegue tale opera di ridefinizione dei termini filosofici, iniziata già nel De la causa, principio et uno: egli traduce le sue rivoluzionarie concezioni filosofiche nel linguaggio della tradizione e nel far questo piega i significati e li trasforma, collegandoli in una nuova trama.
Nel “trattato delle trenta statue” il filosofo appare mosso da un forte intento sistematico: ossia dall’esigenza di procedere in modo scientifico nell’esposizione dei capisaldi della ‘nova filosofia’. L’architettura del sapere entro cui vengono disposti i contenuti speculativi è un museo immaginario di statue/concetti: Apollo (unitas), Saturno (principium), Prometeo (agens), Vulcano (forma), Teti (causa materialis), Sagittario (causa finalis) and Monte Olimpo (finis)…e cosi via.
Nel plasmare le statue, attingendo al vastissimo repertorio della mitologia, Bruno impiega il “sigillo di Fidia” (Explicatio triginta sigillorum), come per prima intuì Frances Amelia Yates (The Art of Memory, 1966).
Il mio lavoro si prefigge di mettere a fuoco i caratteri originali dell’ars memoriae bruniana e le forme in cui l”arte dei sigilli’ è utilizzata nella Lampas, sviluppando l’indicazione della Yates.
Una figura per molti aspetti centrale si è rivelata quella di Prometeo, l’architetto della fantasia, lo scultore che per primo foggiò statue di argilla infondendovi lo “spiritus”. Negli scritti bruniani, in particolare nella Lampas e nel De Imaginum, tale figura diviene l’archetipo dell’attività fantastica, l’immagine simbolo della prassi dell’artista della memoria. Nel mio lavoro ho dedicato una particolare attenzione alle modalità con cui Bruno componeva le immagini (che consistono in descrizioni verbali estremamente dettagliate) attraverso la ricerca delle fonti letterarie e iconologiche (da Boccaccio ad Ovidio ai mitografi rinascimentali Vincenzo Cartari e Natale Conti).
L’opera è stata presa in considerazione soprattutto alla luce dell’intento didattico che la percorre e la anima: la figurazione delle nozioni più astratte mediante statue sensibili, che si rendono presenti all’esplorazione della vista e dell’intelletto. L”ars inventiva per triginta statuas’ vuol essere in primo luogo un nuovo modus docendi, un “pensare per immagini” che è nel medesimo tempo un “pensare per concetti”. La “discursiva architectura” che ospita le statue non va pensata statica ed immobile, come accade per gli edifici fisici: le statue infatti possono essere mutate di sede e collegate tra loro in modi diversi, così come suggerisce il personale ingegno di ciascuno.
Le immagini bruniane sono imagini agentes, ossia di particolare efficacia sul piano emotivo, capaci di attivare i processi cognitivi.
Attraverso l’analisi dei testi e l’esame delle fonti ho cercato di delineare via via la fisionomia dell’opera, la struttura e il funzionamento della Lampada, i caratteri e gli scopi del complesso apparato logico linguistico ideato da Bruno.
Nel primo capitolo: “La struttura profonda della Lampas”, ho presentato la grande cornice che racchiude la galleria di statue: le due triadi degli infigurabilia, che costituiscono insieme le fondamenta dell’architettura bruniana e le basi metafisiche dell’ars inventiva che qui trova applicazione.
Nel secondo capitolo: “Statue e alberi”, si viene introdotti all’uso bruniano dell’artificio mnemonico della “statua”. Tramite la prima serie di statue (Apollo, Saturno, Prometeo, Vulcano Teti, Sagittario e Monte Olimpo) viene illustrato il processo della creazione, naturale e umana.
Si è cercato di ripercorrere la trama dei riferimenti lessicali, in particolare al V libro della Metafisica di Aristotele. L’immagine dell'”albero” negli scritti bruniani e l’impiego di “alberi” nella sezione dedicata da Bruno alla logica nella Lampas vengono esaminati nei rapporti sia con la tradizione lulliana sia con quella di matrice aristotelico-scolastica.
L’attività creativa è simboleggiata dalla figura di Prometeo, lo scultore di statue vive, l’artefice delle cose naturali e delle cose artificiali. Nel terzo capitolo: “Il mito di Prometeo nella Lampas triginta statuarum” si conduce un’approfondita analisi della Statua dedicata da Bruno al Titano, al fine di metterne in luce la particolare rilevanza nel quadro dell’opera.
Nelle due statue dedicate a Minerva (De campo Minervae, seu de noticia e De schala Minervae, seu de habitibus cognitionis) Bruno non ci offre l’immagine della dea. Al ritratto di Minerva tratteggiato da Bruno nell’Oratio Valedictoria è dedicata l’ultima sezione (“Minerva in ombra di luce”).
Nella Lampas Bruno mette in pratica la sua arte della memoria che affonda le sue radici nell’arte vivente della natura e rappresenta una nuova “methodus”, adeguata alle strutture cognitive della mente umana. Il problema dei rapporti tra arte della memoria, teoria della conoscenza e dottrina dell’anima è un tema di cui ho rilevato gli aspetti salienti e che a mio avviso merita di essere ulteriormente approfondito, cosa che mi auguro di poter fare
Accanto alla figura dell’ingegnoso architetto e del coltivatore del “campus” fantastico, nel mio lavoro emerge l’immagine di un Bruno “filosofo”, un pensatore sistematico e rigoroso, profondo conoscitore delle dottrine aristoteliche da lui a lungo combattute.

 

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eBook di filosofia: A. Pozzobon, La tradizione latina dell’Ihsa al-ulum (Catalogo delle scienze) di al-Farabi

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Anna Pozzobon, La tradizione latina dell’Ihsa al-ulum (Catalogo delle scienze) di al-Farabi

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2012)

“La presente ricerca intende analizzare gli scambi filosofici e scientifici intercorsi tra la cultura araba e quella latina nel corso del Medioevo. Questa problematica storico-filosofica è stata sviluppata attraverso lo studio della tradizione latina dell’Ihsa al-ulum (Catalogo delle scienze) di al-Farabi«. L’opera offre una sistematizzazione delle scienze, capace di includere sia quelle trasmesse dalla tradizione greca, sia le scienze arabo-islamiche. Questo testo costituisce un’opera chiave per la comprensione del processo di trasformazione del sapere che prende avvio nella cultura arabo-islamica nel corso del X secolo. Grazie alle due traduzioni latine prodotte da Gerardo da Cremona e Domenico Gundisalvi, il sistema farabiano del sapere divenne il modello di ordinamento delle scienze per i maestri latini nel corso del XII e XIII secolo.
Il primo capitolo indaga la struttura metafisica ed epistemologica dell’opera farabiana, che è direttamente connessa ai prolegomeni alessandrini, trasmessi attraverso le versioni siriache. Si è posta particolare attenzione a due elementi che hanno dato impulso al sistema farabiano delle scienze: la necessità di legittimare la filosofia e le scienze all’interno della comunità arabo-islamica e il dibattito sui rispettivi meriti della lingua araba e della logica greca, che prese avvio nella Bagdad del X secolo.
Il secondo capitolo si focalizza sulla traduzione latina dell’Ihsa al-ulum eseguita da Gerardo da Cremona. Al fine di mettere in luce il processo di appropriazione e trasformazione dell’opera farabiana nel contesto latino, ho fornito la traduzione italiana del De scientiis, attraverso l’analisi dei concetti e dei termini tecnici arabi e, in parallelo, un esame di quelli latini.
Il terzo capitolo mette in evidenza le vie di trasmissione attraverso le quali il modello epistemologico farabiano è pervenuto ai diversi centri culturali europei, come ad esempio Toledo, Oxford, Parigi fin dal XII secolo. La traduzione latina dell’ Ihsa al-ulum è stata trasmessa grazie al Divisione philosophiae di Domenico Gundisalvi, che ha costituito il principale canale attraverso cui il nuovo modello scientifico e filosofico è entrato nei curricula delle Università nel corso del XIII secolo. Grazie all’analisi di alcuni importanti lavori latini di classificazione delle scienze, la presente ricerca ha inteso dimostrare l’influenza dell’Ihsa al-ulum di al-Farabi nella fondazione scientifica di alcuni ambiti del sapere, come l’ottica, la musica, la scienza dei pesi e dei procedimenti ingegnosi.
L’Ihsa al-ulum di al-Farabi fornisce un eccezionale esempio dell’effetto a lungo termine che la ricezione di uno specifico sistema epistemologico ha avuto nel Medioevo latino.”

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eBook di filosofia: E. De Toni, Ovunque e in nessun luogo. Sensazione, immaginazione e ragione nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty

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Emanuela De Toni, Ovunque e in nessun luogo. Sensazione, immaginazione e ragione nel pensiero di Maurice Merleau-Ponty

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2018)

“La tesi prova a ricostruire il percorso di allargamento della ragione, auspicato a più riprese da Merleau-Ponty, attraverso la perlustrazione degli assi portanti della sua filosofia. Si è tentato di vedere nella riabilitazione ontologica della sensazione, in particolare delle qualità secondarie tanto avversate dall’ontologia razionalistica cartesiana, non soltanto il punto di partenza ma anche la linfa vitale della proposta filosofica di Merleau-Ponty. L’enfasi sulla a-concettualità della sensazione percettiva conduce ad una riforma dell’intelletto e ad una apertura del concetto che ha per correlato essenziale un’estensione ipertrofica del potere dell’immaginazione. Sulla base dell’immaginazione produttiva di Kant, filtrata dalla lettura di Lachièze-Rey che ne fa una facoltà corporalmente strutturata, Merleau-Ponty definisce l’immaginazione come il fondo naturale del Cogito. Quest’ultimo è concepito come “pensée existante”. Una siffatta immaginazione, unitamente all’enfasi accordata al carattere d’esistenza del pensiero (di contro ad ogni lettura essenzialista), porta Merleau-Ponty a ricollocare la genesi dell’idealità entro la culla della sensorialità. Una volta articolata in tal modo l’immaginazione, Merleau-Ponty è libero di esplorare il terreno fecondo dell’immaginario, non più costretto entro i termini restrittivi dell’antinomia al reale imposti dal regime della Sinngebung. Sarà proprio il tema dell’immaginario ad emergere con forza dalla disamina dei contributi di trascendenza offerti dall’istanza psicoanalitica. La psicoanalisi consente a Merleau-Ponty di mutuare una metodologia che oltrepassa il gioco delle facoltà e delinea una causalità di sovradeterminazione simbolica, indipendente dalle rigide nozioni di “soggetto” e “oggetto”. Essa gli permette inoltre di ribadire vigorosamente la peculiare riflessività del corpo. Grazie alla dottrina bergsoniana della durata, ma anche in contrasto con essa, Merleau-Ponty elabora una idea di temporalità e spazialità secondo la quale tempo e spazio sono implicati nella strutturazione ontologica dei rapporti riflessivi stessi. Ciò è corroborato dalla nozione psicoanalitica di inconscio e dal portato ontologico e simbolico dei sogni. Lo spazio viene ampiamente rivalutato da Merleau-Ponty, rispetto alla riduzione cui l’ha costretto Bergson nella tesi latina Quid Aristoteles de loco senserit e nel capitale saggio Essai sur les données immédiates de la conscience. La teoria merleau-pontyana della simultaneità cogenerativa di spazio e tempo è correlata all’analisi della relazione chiasmatica tra il visibile e l’invisibile, nonché con il concetto di “deiscenza” dell’Essere. Il contatto con l’invisibilità immaginaria del sensibile ― inteso nella duplice accezione di sensibile e sensibile-senziente corporeo ― ridefinisce il piano di lavoro del pensiero e del concetto nei termini di una delucidazione mai completa degli enigmi dell’Essere, di cui facciamo esperienza nel regime naturale della fede percettiva. La riforma della ragione viene pertanto a coincidere con l’appello ad esaminare lo strato (“couche”) primordiale degli esseri sensibili, la cui “texture” Merleau-Ponty, di contro al principio di non-osservabilità dell’immaginario stabilito da Sartre, scopre essere connotata precisamente di immaginario. Dal punto di vista metodologico, questa rivalutazione dei rapporti tra immaginario e reale induce Merleau-Ponty a sostenere che la riflessione filosofica, interrogando il fondo primordiale dell’Essere, è inevitabilmente portata a mettere in questione i suoi stessi strumenti tecnici (lo scetticismo del dubbio cartesiano e la riduzione eidetica della fenomenologia). Essi si rivelano le modalità insopprimibili, anche se insufficienti, di cui disponiamo per “nous apprivoiser” all’Essere. “

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eBook di filosofia: A. Brusadin, Wittgenstein e Hanslick. Per una valutazione del formalismo musicale

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Alessandra Brusadin, Wittgenstein e Hanslick. Per una valutazione del formalismo musicale

Tesi di dottorato discussa presso l’Università di Padova (2013)

“Obiettivo del presente lavoro è offrire una valutazione del formalismo musicale, così come è stato concepito da Eduard Hanslick nel Bello musicale, a partire dalle riflessioni sull’estetica e sulla musica di Ludwig Wittgenstein. Dopo una breve ricostruzione della storia del concetto di musica assoluta e del contesto storico-estetico in cui questo ha avuto origine – vale a dire l’estetica romantica della musica, rappresentata ai suoi esordi da autori come Wilhelm Heinrich Wackenroder, E. T. A. Hoffmann e Arthur Schopenhauer – viene proposta una definizione di formalismo in linea con le tesi contenute nel trattato di Hanslick. A partire da questa formulazione viene avviato un confronto fra la visione della musica hanslickiana e le riflessioni sulla musica e, in generale, sull’estetica di Wittgenstein, con riguardo tanto agli scritti della prima fase della produzione del filosofo – in particolare il Tractatus logico-philosophicus – quanto agli scritti della seconda fase – nello specifico le Ricerche filosofiche e le Lezioni sull’estetica. Le considerazioni sulle corrispondenze e divergenze che si possono scorgere fra il pensiero di Hanslick e quello di Wittgenstein aprono la discussione a una valutazione della plausibilità della dicotomia formalismo-antiformalismo e, in particolare, a una riflessione sulla direzione verso la quale l’estetica dovrebbe tendere per essere un momento di effettiva comprensione delle opere d’arte e del nostro rapporto con esse.”

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