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eBook di filosofia: É. Hoppenot e A. Milon (a cura di), Emmanuel Lévinas-Maurice Blanchot, penser la différence

Emmanuel Lévinas-Maurice Blanchot, penser la différence

Éric Hoppenot e Alain Milon (a cura di), Emmanuel Lévinas-Maurice Blanchot, penser la différence

“Maurice Blanchot et Emmanuel Lévinas ont marqué toute une génération d’intellectuels comme Gilles Deleuze, Michel Foucault ou Jacques Derrida. À travers la question du corps, de l’éthique, de l’amitié, du judaïsme, et du langage philosophique et littéraire, cet ouvrage tente de mieux faire comprendre la complexité de leurs questionnements et l’influence qu’ils ont pu exercer sur la pensée française du XXe siècle. Au-delà de l’hommage lié aux centenaires des naissances de Lévinas (1906) et de Blanchot (1907), c’est toute la question des points de convergences et de dissemblances entre ces deux penseurs qui est abordée ici. Cet ouvrage a été particulièrement soutenu par l’Association pour la Célébration du Centenaire Emmanuel Lévinas (ACCEL), le Ministère de la Culture et par l’UNESCO dans le cadre de la Journée mondiale de la Philosophie organisée en novembre 2006.”

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eBook di filosofia: A. Fabris, I media e l’etica della comunicazione

comunicazione

Adriano Fabris, I media e l’etica della comunicazione

“Non c’è mai stato un buon rapporto tra i filosofi e i mezzi di comunicazione di massa. Figuriamoci poi tra coloro che si occupano di etica e, appunto, gli strumenti che hanno a che fare con la diffusione delle notizie e la partecipazione a ciò che accade nel mondo. A fronte di uno Hegel che in aforisma sosteneva, com’è noto, che la lettura del giornale è «la preghiera del mattino dell’uomo moderno», vi è tutta una tradizione che, sulla scia di Platone, diffida dell’opinione, teme la massa, ha orrore del pubblico.

Voglio cercar di capire il perché. Voglio affrontare la questione da un punto di vista filosofico: come un problema che può caratterizzare l’impostazione stessa e il destino di una specifica forma d’indagine, qual è quella che i filosofi conducono. Voglio inoltre capire se questa diffidenza è solo affare dei filosofi, chiusi molto spesso nella loro torre d’avorio, oppure è qualcosa di condiviso anche da chi filosofo non è. E, se ciò fosse, voglio cercar di vedere se proprio da un punto di vista filosofico possono venire indicazioni che aiutino a fare i conti con questa situazione, rispondano alla diffidenza che può insorgere, assicurino un comportamento corretto e rassicurino un pubblico all’apparenza sempre più disincantato. Il riferimento all’etica, infatti, serve anche a questo.”

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eBook di filosofia: T. d’Aragona, Dialogo della infinità d’amore

Tullia d'Aragona

Tullia d’Aragona, Dialogo della infinità d’amore

“Nel suo dialogo”, scrive Monika Antes, “Tullia si distingue visibilmente dai modelli coevi. Benché le sue argomentazioni siano radicate nella dottrina erotica platonica, come già mise in evidenza Benedetto Varchi, molti temi sono trattati prendendo una certa distanza dai filosofi”.

Particolare elemento di rottura è il concetto di parità tra uomo e donna, esposto rifiutando le teorie di Platone e l’idea aristotelica dell’inferiorità femminile, in una concezione che è tata etichettata come “femminismo rinascimentale”.

Per approfondire

Jung Kyunghee, La trattatistica d’amore nel Cinquecento e il “Dialogo dell’infinità d’amore” di Tullia d’Aragona

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eBook di filosofia: A. Zucchi (a cura di) Finzioni e verità. Letture

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Alessandro Zucchi (a cura di), Finzioni e verità. Letture

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eBook di filosofia: Jean-Luc Marion, Dialogo con l’amore

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Jean-Luc Marion, Dialogo con l’amore

“Come in un racconto autobiografico dell’intero percorso intellettuale di Marion, da lui stesso abbozzato in dialogo con giovani studiosi italiani, entriamo qui in un libro non comune per la fecondità degli stimoli e per la chiarezza del discorso. Queste lezioni, interessate al confronto, sono una sintesi preziosa della filosofia dell’Autore. Marion ha formulato negli ultimi tempi un’analisi del fenomeno erotico che assume i tratti di un’ambiziosa filosofia dell’amore. Tale esito viene dalla critica della metafisica di Cartesio: «Assicurarmi da solo della mia certezza non mi rassicura affatto, ma mi espone allucinato davanti alla vanità in persona. A che pro io, se sono solo grazie a me?». L’assicurazione chiede molto di più di un’esistenza certa, essa richiede che in questa esistenza io mi consideri affrancato dal dubbio di inutilità: «… non si tratta più di ottenere la certezza dell’essere, ma la risposta a un’altra questione – ‘qualcuno mi ama?’». Da qui in avanti, Marion sviluppa un confronto serrato con la fenomenologia e con i suoi temi chiave del dono e della donazione. Il volume si apre con una Premessa del curatore Ugo Perone, direttore della Scuola di Alta Formazione Filosofica che ha sede a Torino.”

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eBook di filosofia: E. De Caro, L’antropologia di Carl Gustav Jung

Jung

Eugenio De Caro, L’antropologia di Carl Gustav Jung. Saggio interpretativo

 

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eBook di filosofia: R. Braidotti, Nuovi soggetti nomadi

Braidotti

Rosi Braidotti, Nuovi soggetti nomadi

“Rosi Braidotti è certamente una delle esponenti più interessanti del pensiero femminista che si afferma negli ultimi vent’anni del Novecento, quando lo sforzo teorico, pur accogliendo la pratica politica dei movimenti femminili, diventa prioritario.
Leggendo la crisi della modernità in termini di “frantumazione dei fondamenti maschilisti della soggettività classica” e attraversando il pensiero delle filosofe francesi della differenza, Irigaray fra tutte, di quelle americane che s’interrogano intorno a identità, soggettività, sessualità, corporeità come Donna Haraway, Teresa De Lauretis, Judith Butler, nonché dei teorici del poststrutturalismo, Jacques Derrida e Michel Foucault, e del postmodernismo, Gilles Deleuze soprattutto, Braidotti riflette sulla costituzione della soggettività contemporanea con particolare attenzione al concetto di differenza.

Il soggetto nomade

Il soggetto nomade è soggetto in divenire e nello stesso tempo incarnato e situato, ma proprio perché incarnato e quindi sessuato in grado, a partire dalla differenza sessuale, di pensare ogni altra differenza.
“La caratteristica del soggetto nomade è il suo essere post-identitario: il nomadismo è un processo attraverso il quale tracciamo molteplici trasformazioni e molteplici modi di appartenenza, ognuno dipendente dal posto in cui ci troviamo e dal modo in cui cresciamo”. […]

Il femminismo è per Braidotti l’alternativa reale a tutto il pensiero moderno.
Ponendo al centro del discorso filosofico il corpo sessuato, esso costituisce la vera “crisi della modernità”. In particolare, la differenza sessuale le permette di pensare a come “creare, legittimare, rappresentare una molteplicità di forme alternative di soggettività femminista senza ricadere né in un nuovo essenzialismo né in un nuovo relativismo”.
Per costruire nuovi soggetti desideranti: molecolari, nomadi, multipli, occorre sottrarre la differenza – sessuale, etnica, locale –dalla sua negatività in quanto l’Altro del Medesimo, per cui una donna è l’altro dell’uomo, l’immigrato è l’altro del cittadino, e mostrarne la positività e la creatività. E questo è quanto di meglio ha fatto il femminismo.
La non appartenenza al sistema fallocentrico diventa così “uno strumento critico e di arricchimento, non una fonte di dolore e di mancanza”. In altri termini, nella ridefinizione della soggettività femminile non si tratta solo di individuare possibili vie d’uscita dal paradigma fallogocentrico del (falso) universalismo maschile, ma soprattutto di dare “espressione positiva del desiderio delle donne di affermare e rappresentare varie forme di soggettività”. Il desiderio, distinto e opposto alla volontà, assume perciò importanza politica e per uscire dal simbolico fallologocentrico e nella costituzione del soggetto.
Ma da dove viene il cambiamento, come si crea il nuovo? Si chiede Braidotti.
La risposta inequivocabile è: “Il nuovo si crea rivisitando e consumando il vecchio fino alla fine” giacché la differenza “non è il risultato della forza di volontà, ma di tante, interminabili ripetizioni”. La ridefinizione della soggettività femminile implica dunque “in via preliminare che si lavori sul magazzino di immagini, concetti e rappresentazioni delle donne, dell’identità femminile, così come sono stati codificati dalla cultura in cui viviamo”. In altri termini, se, come ha insegnato la psicanalisi, le pratiche discorsive, le identificazioni immaginarie e le identificazioni ideologiche che sono alla base della nostra identità sono incarnate, cioè scritte sui/nei corpi, per operare trasformazioni delle strutture stesse dell’identità – scrive Braidotti – non ci si può liberare della vecchia pelle come fanno i serpenti. Questo tipo di trasformazioni del profondo abbisognano di cura e di attenzione, devono essere sostenibili per non creare cortocircuiti letali, condotte in tempi scanditi e in corrispondenza della modificazione dell’intero orizzonte umano. Per capire la differenza sessuale, per mostrare come essa si fondi sull’attraversamento di molte differenze tra donne e all’interno delle donne, Braidotti propone una mappa o cartografia del complesso territorio della soggettività femminile che presenta tre piani compresenti. Transitare dall’uno all’altro è possibile mediante quella modalità nomade che vuole che si abbandoni ogni desiderio di stabilità, ogni forma di “pensiero sedentario” che si fonda sull’identità e che si pensi l’unità come temporanea e contingente.
1. Il primo livello è quello delle differenze tra uomini e donne, che implica la critica:
all’universalismo come costruzione maschile, non neutra, ovvero lo scardinamento dell’identificazione del soggetto universale con il maschile,
– e sul piano politico, quella all’emancipazionismo che nel porre la parità tra i sessi incorre nell’omologazione dell’uno, femminile, all’altro, maschile;
2. Il secondo livello evidenzia le differenze tra donne, riconducibili a variabili quali la classe, la razza, l’etnia, l’orientamento sessuale, politicamente rilevanti e sufficienti a decostruire la nozione di Donna che è la “rappresentazione patriarcale delle donne come immagine culturale”;
3. Il terzo livello riguarda le differenze all’interno di ogni donna tra il piano della soggettività conscia e le identificazioni inconsce; tra le rappresentazioni della donna prodotte dall’ordine patriarcale e il femminismo che ne afferma altre più complesse e contraddittorie, mosse dal desiderio e dalla passione.

Per un nuovo materialismo

Nella ridefinizione nomadica, ovvero non identitaria e non lineare, della soggettività, Braidotti si rivolge dunque al cosiddetto “materialismo della carne”, perché mette in rilievo le tematiche relative alla sessualità, al desiderio e all’immaginario erotico e alla nozione di corporeità del femminismo della differenza sessuale. Si avvale in particolare delle riflessioni di Luce Irigaray e della filosofia del divenire di Gilles Deleuze per assumere, in contrasto con “la Donna come altro da”, cioè un concetto di Donna specularmente connessa al Medesimo, quello che chiama “femminile virtuale”, che non è mai dato, ma sempre aperto al divenire. Un divenire – afferma Braidotti – che “colloca al centro la valorizzazione del non-Uno, della molteplicità e del gioco infinito delle differenze” proprio perché le donne sono “il soggetto empirico che storicamente ha incorporato, trasformato e rappresentato il non-Uno nelle sue molteplici connotazioni nefaste, come nello splendore della positività. La molteplicità femminile, cioè l’esperienza sedimentata del non-uno, della frammentazione, non è dispersiva, ma cumulativa e quindi potente – ricca di significati e di valori”.
Sull’apertura al divenire, che è l’apertura della soggettività a contraddizioni, paradossi, scarti, che hanno a che fare in particolare con la differenza sessuale e il rapporto con la madre, agiscono “l’inconscio e le sue radici corporee come elementi sovversivi” della razionalità e della volontà dettata dalla ragione che generano “atti interni di disobbedienza gratuita e atti esterni di insurrezione gioiosa”. Il soggetto non è cioè del tutto razionale, non coincide con la coscienza razionale, ma, per affermarlo, occorre superare la dicotomia ragione/irrazionalità, cultura/natura su cui si fonda il pensiero maschile che ha posto al centro il logos.
Da Deleuze, Braidotti riprende l’idea d’immanenza radicale, che riguarda una corporeità in divenire che trascende i confini dell’Io e che ci mette in relazione, nel gioco delle reciproche contaminazioni e influenze, con multipli altri. Emerge qui non solo la questione del soggetto, come pensato anche dal femminismo, ovvero rizomatico, non-unitario, diviso, nomade, in trasformazione, ma anche quella della relazionalità o delle interconnessioni che in un mondo tecnologicamente mediato, etnicamente misto e soggetto a cambiamenti molto veloci sono tutte da pensare. Per Deleuze, tuttavia, il divenire femminile non riguarda le donne in carne ed ossa, ma è semplicemente un divenire altro, simmetricamente a quello dell’uomo. Quella di Deleuze, chiarisce Braidotti, è una soggettività al di là del genere, dispersa, non binaria, multipla, non dualistica, interconnessa, non dialettica e in costante flusso, non fissa. La donna, quale soggetto del femminismo, è invece un soggetto incarnato, complesso e stratificato che esprime la sua potenzialità di divenire altro decostruendo la Donna così come rappresentata dal pensiero occidentale, cioè complementare e speculare all’uomo.

Metamorfosi

E la figura della metamorfosi è l’altro grande punto di riflessione, presente anche nei saggi confluiti in Madri mostri e macchine: il divenire animale come il divenire materia senza forma o il divenire, con le biotecnologie, corpo-macchina rompe le identità e apre la strada ad altre impreviste forme di corporeità dalle quali l’immaginario maschile si è sempre difeso immobilizzandole in un altro da sé così da femminilizzare le macchine mostruose nella narrativa di fantascienza o controllare con la scienza la riproduzione della vita anche nelle sue forme “mostruose”. Diversamente per le donne, per le quali la gestazione rappresenta una modificazione di sé, il divenire “mostruoso” non viene rigettato, ma accolto come esperienza di divenire effettivamente altro. Contrariamente a Donna Haraway e alla figura del cyborg, Braidotti non pensa tuttavia che sia possibile prefigurarsi un mondo “al di là dei generi”.
L’abbandono dell’identità sessuata a favore di una soggettività sessualmente indifferenziata non offre contributi sostanziali alla questione dell’identità, dell’identificazione e dei desideri inconsci che sono alla base del divenire del soggetto e quindi dei cambiamenti sociali.

L’Etica nomade

A partire dalla differenza sessuale, è dunque possibile pensare una nuova soggettività umana che assuma tutte le altre.
In Trasposizioni. Sull’etica nomade, il soggetto nomade – proprio perché deve stare al mondo ridefinendo continuamente la sua collocazione e, quindi, per affrontare il futuro deve ridisegnare la cartografia della sua storia e del suo esserci nel presente – viene calato nella dimensione etica: “una visione nomade e non unitaria del soggetto, anziché impedire prese di posizione eticamente rilevanti, costituisce una precondizione necessaria per la formulazione di un’etica all’altezza della complessità del nostro tempo” in opposizione all’ideologia del conservatorismo, dell’individualismo liberale e del tecno-capitalismo. Un’etica che non deve avere niente a che fare con la morale kantiana della negoziazione e della reciprocità, “io faccio questo per te, tu fai questo per me”, ma molto con l’amore per il mondo. L’etica nomade, cui Braidotti fa appello come a un “insieme di forme intersecate di responsabilità situata” si oppone altresì all’universalismo dei valori, ma anche a qualsiasi interpretazione in chiave relativistica e nichilistica. Essa delinea una radicale riconfigurazione del nostro stare qui e sollecita un comportamento, in un mondo tecnologicamente e globalmente “mediato”, capace di aprire e mantenere aperti i campi del molteplice così come insegna il pensiero della differenza sessuale che è il pensiero del non Uno. Ripensare ogni soggetto, al di là dalla razza, dal sesso, dalla cultura, secondo una visione positiva della differenza, abbandonare l’identità per costruire una soggettività che è necessariamente trasversale e collettiva, è la sfida di un’etica capace di ripensare il futuro come campo delle possibilità.” (tratto da Treccani.it)

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eBook di filosofia: A. Firenze, Il primato ontologico della percezione in Merleau-Ponty. Prospettiva storico-filosofica e problemi aperti

Merleau Ponty

Antonino Firenze, Il primato ontologico della percezione in Merleau-Ponty. Prospettiva storico-filosofica e problemi aperti

“The aim of this article is to circumscribe, from an historical point of view, the theoretical contribution of the Merleau-Ponty’s perception’s philosophy to the philosophical relation between knowledge and perception. Therefore, to highlight the most original facet of his perception’s philosophy compared with the traditional theories about this problem, our reflection is divided in two parts. In the first part, we rough out the difference existing between the ancient and modern idea of knowledge and perception. To be more precise, we describe the transition of the ancient idea of perception as natural and objective knowledge’s instrument, to the modern idea of perception as subject’s mental operation. In the second part, we attempt to follow the footsteps of Merleau-Ponty’s perception’s philosophy to clarify the philosophical meaning of perception on the base of the perceptive experience as such.”

 

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“Émilie du Châtelet, une femme de sciences et des lettres à Créteil”: il sito della mostra dedicata a Émilie du Châtelet

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Se siete interessati a Émilie du Châtelet, colta pensatrice, traduttrice dei Principes di Newton e compagna di Voltaire, vi segnaliamo il sito dell’esposizione a lei dedicata nel 2006 per il trecentenario della nascita: Émilie du Châtelet, une femme de sciences et des lettres à Créteil.

Il sito è ricco di risorse interessanti:

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eBook di filosofia: I. Lakatos, Modern Physics, Modern Society

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Imre Lakatos, Modern Physics, Modern Society

“Imre Lakatos’s philosophy of science is rooted in a number of different fields, and not all of them are purely scientific. During his years of education, he was influenced by mathematics and natural sciences as well as by philosophy, but the role of political ideologies cannot be denied. His basic philosophical ideas – such as the rationality of science, the continual growth of knowledge, the social determinism of scientific activities, and the indispensable role of historical attitude in the philosophy of science – are definitely in accordance with his early devotion to Marxism (and Lukacs’s philosophy) both in theory and in practice.

One can easily find clear evidences that Lakatos saw basic connections between the theoretical sciences he studied and the practical principles he followed in politics. This is clearly demonstrated by the early papers he published in different journals, and it must have played an important role in the doctoral dissertation he wrote in 1947. Unfortunately, no copy of this dissertation can be found now. There are several assumptions as to when and why the paper disappeared, but most probably Lakatos himself might have “stolen” it some time before leaving Hungary in 1956. Later he hinted several times that he was rather unsatisfied with it, regarded it as “immature”, and he also said that he would not have minded if nobody had ever seen it. After some failures to find it, we have good reasons to believe that the dissertation is lost for ever.

Fortunately, we are not left without traces of the contents of this work, because it seems that important parts of it were published while it was being written. Sándor Karácsony, one of the most influential of Lakatos’s teachers in the university, the opponent of the dissertation, evaluated it in July 8, 1947 with the following words:

“I got interested in the foregoing scientific activities of this young man, and not least because I read most of them at the moment they were published. Now I see all of Imre Lakatos’s work in unity, and I deem that it comes up to the standard. His dissertation is not a sudden idea, it was matured by two previous publications, both in very serious journals. The first was published in Athenaeum under the title A fizikai idealizmus bírálatai, and the second came out in a thick volume written to teachers: Továbbképzés és demokráciaii, entitled Modern fizika, modern társadalomiii.”

Here we can skip a list of Lakatos’s early publications cited by Karácsony in the evaluation. We continue the quotation, however, with mentioning another important paper, since its topic – education – was extremely important for Lakatos at this time, and formed the subject of a lot of his investigations. Karácsony writes:

“The journal Embernevelésiv also published a paper by Lakatos, which had the title: Demokratikus nevelés és természettudományos világnézetv. Its most essential statement is: democratic education teaches humbleness towards the facts, it teaches the desire to face reality instead of mere views. The original democracy of natural sciences is to be emphasised: their facts and theories can be controlled by anyone, and this control drives them forward.

The foregoing scientific works of Imre Lakatos are based on dialectic Marxism, but in its modern and not orthodox form. And it is only a base, since he himself has original and particular things to say, and more now than earlier. His originality is increasing. The philosophy behind all of his opinions is consistent and systematic.”

Now, if we compare the two papers mentioned by Sándor Karácsony as the preliminaries of the dissertation, we come to see that the essential body of the earlier one (The Criticism of the Physical Idealism) is almost literally identical to a great part of the longer paper (Modern Physics, Modern Society). The small differences are either stylistic or explanatory, since the journal Further Education and Democracy, an ideological collection of writings for supporting teachers (published by the Ministry of Religion and Education), served more popular purposes than the rather scientific Athenaeum, the journal of the Hungarian Academy of Sciences and the Hungarian Philosophical Society. Naturally, it is very likely that this text contains most of young Lakatos’s essential thoughts and ideas concerning the position, the development and the function of science, and it is reasonable to suppose that it formed an important part of the lost dissertation entitled A természettudományos fogalomalkotás szociológiájárólvi.

The Criticism of the Physical Idealism is a critical essay discussing Susan Stebbing’s book Philosophy and the Physicists (London, Pelican, 1943). Lakatos, however, criticises not only Stebbing’s analyses of Eddington’s and Jeans’ idealism, but he also adds his own criticism of the two scientists’ world views that he considers as typical examples of the “bourgeois” science. Instead of focusing on the immanent development of science, he decides to look for explanations outside of science. He emphasises the indispensable role of sociological and economic influences on scientific concept building, and he concludes that the world view of a given scientific age or community is nothing more than a historical category. The whole argumentation appears again in Modern Physics, Modern Society, supplemented by some further ideas and more loose associations: the context becomes broader and the investigations more fundamental. Here we are given a deeper (Marxist and Lukacsian contra Hegelian) analysis of the “dialectical structure” of the modern scientific view determined by social relations and motions. And if we imagine that we go further in this direction, then we must be very close to the text of the lost dissertation.”

 

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