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Archivio Nicolao Merker: biografia, bibliografia e testi online

Nicolao Merker

L’ Archivio Nicolao Merker è il sito dell’Università La Sapienza dedicato a Nicolao Merker docente di Storia della Filosofia moderna presso l’Ateneo romano dal 1974 fino al 2006.

Il sito contiente la biografia del filosofo, una sua bibliografia completa e rende accessibili i testi dei suoi libri ormai fuori commercio.

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eBook di filosofia: R. Chiaradonna, Tommaso Campanella e l’eternità del mondo

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Riccardo Chiaradonna, Tommaso Campanella e l’eternità del mondo

“This study examines Tommaso Campanella’s discussion of the eternity of the world, as presented in texts ranging from Philosophia sensibus demonstrata – published to defend Telesio from Giacomo Antonio Marta’s criticism, in 1591 – to Metaphysica, which Campanella drafted in a number of different versions and finally published in Paris in 1638. Campanella’s stance is marked by some striking recurrent features: most notably, his criticism of Aristotelian eternalism and a connection with the Platonic-Ficinian tradition of prisca theologia. This framework, stemming from the ancient tradition of debates on Plato and Aristotle that extended well into the 15th century, is combined in Campanella’s later works with a reference to the new astronomy, which —as the philosopher himself stresses— delivered a final blow to Aristotelian cosmology. The Apologia pro Galileo (1616) further shows that Campanella sought to incorporate Galileo’s astronomy into the framework of prisca theologia.”

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eBook di filosofia: A. Fabris, I media e l’etica della comunicazione

comunicazione

Adriano Fabris, I media e l’etica della comunicazione

“Non c’è mai stato un buon rapporto tra i filosofi e i mezzi di comunicazione di massa. Figuriamoci poi tra coloro che si occupano di etica e, appunto, gli strumenti che hanno a che fare con la diffusione delle notizie e la partecipazione a ciò che accade nel mondo. A fronte di uno Hegel che in aforisma sosteneva, com’è noto, che la lettura del giornale è «la preghiera del mattino dell’uomo moderno», vi è tutta una tradizione che, sulla scia di Platone, diffida dell’opinione, teme la massa, ha orrore del pubblico.

Voglio cercar di capire il perché. Voglio affrontare la questione da un punto di vista filosofico: come un problema che può caratterizzare l’impostazione stessa e il destino di una specifica forma d’indagine, qual è quella che i filosofi conducono. Voglio inoltre capire se questa diffidenza è solo affare dei filosofi, chiusi molto spesso nella loro torre d’avorio, oppure è qualcosa di condiviso anche da chi filosofo non è. E, se ciò fosse, voglio cercar di vedere se proprio da un punto di vista filosofico possono venire indicazioni che aiutino a fare i conti con questa situazione, rispondano alla diffidenza che può insorgere, assicurino un comportamento corretto e rassicurino un pubblico all’apparenza sempre più disincantato. Il riferimento all’etica, infatti, serve anche a questo.”

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eBook di filosofia: T. d’Aragona, Dialogo della infinità d’amore

Tullia d'Aragona

Tullia d’Aragona, Dialogo della infinità d’amore

“Nel suo dialogo”, scrive Monika Antes, “Tullia si distingue visibilmente dai modelli coevi. Benché le sue argomentazioni siano radicate nella dottrina erotica platonica, come già mise in evidenza Benedetto Varchi, molti temi sono trattati prendendo una certa distanza dai filosofi”.

Particolare elemento di rottura è il concetto di parità tra uomo e donna, esposto rifiutando le teorie di Platone e l’idea aristotelica dell’inferiorità femminile, in una concezione che è tata etichettata come “femminismo rinascimentale”.

Per approfondire

Jung Kyunghee, La trattatistica d’amore nel Cinquecento e il “Dialogo dell’infinità d’amore” di Tullia d’Aragona

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eBook di filosofia: A. Zucchi (a cura di) Finzioni e verità. Letture

punto di domanda

Alessandro Zucchi (a cura di), Finzioni e verità. Letture

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eBook di filosofia: R. Braidotti, Nuovi soggetti nomadi

Braidotti

Rosi Braidotti, Nuovi soggetti nomadi

“Rosi Braidotti è certamente una delle esponenti più interessanti del pensiero femminista che si afferma negli ultimi vent’anni del Novecento, quando lo sforzo teorico, pur accogliendo la pratica politica dei movimenti femminili, diventa prioritario.
Leggendo la crisi della modernità in termini di “frantumazione dei fondamenti maschilisti della soggettività classica” e attraversando il pensiero delle filosofe francesi della differenza, Irigaray fra tutte, di quelle americane che s’interrogano intorno a identità, soggettività, sessualità, corporeità come Donna Haraway, Teresa De Lauretis, Judith Butler, nonché dei teorici del poststrutturalismo, Jacques Derrida e Michel Foucault, e del postmodernismo, Gilles Deleuze soprattutto, Braidotti riflette sulla costituzione della soggettività contemporanea con particolare attenzione al concetto di differenza.

Il soggetto nomade

Il soggetto nomade è soggetto in divenire e nello stesso tempo incarnato e situato, ma proprio perché incarnato e quindi sessuato in grado, a partire dalla differenza sessuale, di pensare ogni altra differenza.
“La caratteristica del soggetto nomade è il suo essere post-identitario: il nomadismo è un processo attraverso il quale tracciamo molteplici trasformazioni e molteplici modi di appartenenza, ognuno dipendente dal posto in cui ci troviamo e dal modo in cui cresciamo”. […]

Il femminismo è per Braidotti l’alternativa reale a tutto il pensiero moderno.
Ponendo al centro del discorso filosofico il corpo sessuato, esso costituisce la vera “crisi della modernità”. In particolare, la differenza sessuale le permette di pensare a come “creare, legittimare, rappresentare una molteplicità di forme alternative di soggettività femminista senza ricadere né in un nuovo essenzialismo né in un nuovo relativismo”.
Per costruire nuovi soggetti desideranti: molecolari, nomadi, multipli, occorre sottrarre la differenza – sessuale, etnica, locale –dalla sua negatività in quanto l’Altro del Medesimo, per cui una donna è l’altro dell’uomo, l’immigrato è l’altro del cittadino, e mostrarne la positività e la creatività. E questo è quanto di meglio ha fatto il femminismo.
La non appartenenza al sistema fallocentrico diventa così “uno strumento critico e di arricchimento, non una fonte di dolore e di mancanza”. In altri termini, nella ridefinizione della soggettività femminile non si tratta solo di individuare possibili vie d’uscita dal paradigma fallogocentrico del (falso) universalismo maschile, ma soprattutto di dare “espressione positiva del desiderio delle donne di affermare e rappresentare varie forme di soggettività”. Il desiderio, distinto e opposto alla volontà, assume perciò importanza politica e per uscire dal simbolico fallologocentrico e nella costituzione del soggetto.
Ma da dove viene il cambiamento, come si crea il nuovo? Si chiede Braidotti.
La risposta inequivocabile è: “Il nuovo si crea rivisitando e consumando il vecchio fino alla fine” giacché la differenza “non è il risultato della forza di volontà, ma di tante, interminabili ripetizioni”. La ridefinizione della soggettività femminile implica dunque “in via preliminare che si lavori sul magazzino di immagini, concetti e rappresentazioni delle donne, dell’identità femminile, così come sono stati codificati dalla cultura in cui viviamo”. In altri termini, se, come ha insegnato la psicanalisi, le pratiche discorsive, le identificazioni immaginarie e le identificazioni ideologiche che sono alla base della nostra identità sono incarnate, cioè scritte sui/nei corpi, per operare trasformazioni delle strutture stesse dell’identità – scrive Braidotti – non ci si può liberare della vecchia pelle come fanno i serpenti. Questo tipo di trasformazioni del profondo abbisognano di cura e di attenzione, devono essere sostenibili per non creare cortocircuiti letali, condotte in tempi scanditi e in corrispondenza della modificazione dell’intero orizzonte umano. Per capire la differenza sessuale, per mostrare come essa si fondi sull’attraversamento di molte differenze tra donne e all’interno delle donne, Braidotti propone una mappa o cartografia del complesso territorio della soggettività femminile che presenta tre piani compresenti. Transitare dall’uno all’altro è possibile mediante quella modalità nomade che vuole che si abbandoni ogni desiderio di stabilità, ogni forma di “pensiero sedentario” che si fonda sull’identità e che si pensi l’unità come temporanea e contingente.
1. Il primo livello è quello delle differenze tra uomini e donne, che implica la critica:
all’universalismo come costruzione maschile, non neutra, ovvero lo scardinamento dell’identificazione del soggetto universale con il maschile,
– e sul piano politico, quella all’emancipazionismo che nel porre la parità tra i sessi incorre nell’omologazione dell’uno, femminile, all’altro, maschile;
2. Il secondo livello evidenzia le differenze tra donne, riconducibili a variabili quali la classe, la razza, l’etnia, l’orientamento sessuale, politicamente rilevanti e sufficienti a decostruire la nozione di Donna che è la “rappresentazione patriarcale delle donne come immagine culturale”;
3. Il terzo livello riguarda le differenze all’interno di ogni donna tra il piano della soggettività conscia e le identificazioni inconsce; tra le rappresentazioni della donna prodotte dall’ordine patriarcale e il femminismo che ne afferma altre più complesse e contraddittorie, mosse dal desiderio e dalla passione.

Per un nuovo materialismo

Nella ridefinizione nomadica, ovvero non identitaria e non lineare, della soggettività, Braidotti si rivolge dunque al cosiddetto “materialismo della carne”, perché mette in rilievo le tematiche relative alla sessualità, al desiderio e all’immaginario erotico e alla nozione di corporeità del femminismo della differenza sessuale. Si avvale in particolare delle riflessioni di Luce Irigaray e della filosofia del divenire di Gilles Deleuze per assumere, in contrasto con “la Donna come altro da”, cioè un concetto di Donna specularmente connessa al Medesimo, quello che chiama “femminile virtuale”, che non è mai dato, ma sempre aperto al divenire. Un divenire – afferma Braidotti – che “colloca al centro la valorizzazione del non-Uno, della molteplicità e del gioco infinito delle differenze” proprio perché le donne sono “il soggetto empirico che storicamente ha incorporato, trasformato e rappresentato il non-Uno nelle sue molteplici connotazioni nefaste, come nello splendore della positività. La molteplicità femminile, cioè l’esperienza sedimentata del non-uno, della frammentazione, non è dispersiva, ma cumulativa e quindi potente – ricca di significati e di valori”.
Sull’apertura al divenire, che è l’apertura della soggettività a contraddizioni, paradossi, scarti, che hanno a che fare in particolare con la differenza sessuale e il rapporto con la madre, agiscono “l’inconscio e le sue radici corporee come elementi sovversivi” della razionalità e della volontà dettata dalla ragione che generano “atti interni di disobbedienza gratuita e atti esterni di insurrezione gioiosa”. Il soggetto non è cioè del tutto razionale, non coincide con la coscienza razionale, ma, per affermarlo, occorre superare la dicotomia ragione/irrazionalità, cultura/natura su cui si fonda il pensiero maschile che ha posto al centro il logos.
Da Deleuze, Braidotti riprende l’idea d’immanenza radicale, che riguarda una corporeità in divenire che trascende i confini dell’Io e che ci mette in relazione, nel gioco delle reciproche contaminazioni e influenze, con multipli altri. Emerge qui non solo la questione del soggetto, come pensato anche dal femminismo, ovvero rizomatico, non-unitario, diviso, nomade, in trasformazione, ma anche quella della relazionalità o delle interconnessioni che in un mondo tecnologicamente mediato, etnicamente misto e soggetto a cambiamenti molto veloci sono tutte da pensare. Per Deleuze, tuttavia, il divenire femminile non riguarda le donne in carne ed ossa, ma è semplicemente un divenire altro, simmetricamente a quello dell’uomo. Quella di Deleuze, chiarisce Braidotti, è una soggettività al di là del genere, dispersa, non binaria, multipla, non dualistica, interconnessa, non dialettica e in costante flusso, non fissa. La donna, quale soggetto del femminismo, è invece un soggetto incarnato, complesso e stratificato che esprime la sua potenzialità di divenire altro decostruendo la Donna così come rappresentata dal pensiero occidentale, cioè complementare e speculare all’uomo.

Metamorfosi

E la figura della metamorfosi è l’altro grande punto di riflessione, presente anche nei saggi confluiti in Madri mostri e macchine: il divenire animale come il divenire materia senza forma o il divenire, con le biotecnologie, corpo-macchina rompe le identità e apre la strada ad altre impreviste forme di corporeità dalle quali l’immaginario maschile si è sempre difeso immobilizzandole in un altro da sé così da femminilizzare le macchine mostruose nella narrativa di fantascienza o controllare con la scienza la riproduzione della vita anche nelle sue forme “mostruose”. Diversamente per le donne, per le quali la gestazione rappresenta una modificazione di sé, il divenire “mostruoso” non viene rigettato, ma accolto come esperienza di divenire effettivamente altro. Contrariamente a Donna Haraway e alla figura del cyborg, Braidotti non pensa tuttavia che sia possibile prefigurarsi un mondo “al di là dei generi”.
L’abbandono dell’identità sessuata a favore di una soggettività sessualmente indifferenziata non offre contributi sostanziali alla questione dell’identità, dell’identificazione e dei desideri inconsci che sono alla base del divenire del soggetto e quindi dei cambiamenti sociali.

L’Etica nomade

A partire dalla differenza sessuale, è dunque possibile pensare una nuova soggettività umana che assuma tutte le altre.
In Trasposizioni. Sull’etica nomade, il soggetto nomade – proprio perché deve stare al mondo ridefinendo continuamente la sua collocazione e, quindi, per affrontare il futuro deve ridisegnare la cartografia della sua storia e del suo esserci nel presente – viene calato nella dimensione etica: “una visione nomade e non unitaria del soggetto, anziché impedire prese di posizione eticamente rilevanti, costituisce una precondizione necessaria per la formulazione di un’etica all’altezza della complessità del nostro tempo” in opposizione all’ideologia del conservatorismo, dell’individualismo liberale e del tecno-capitalismo. Un’etica che non deve avere niente a che fare con la morale kantiana della negoziazione e della reciprocità, “io faccio questo per te, tu fai questo per me”, ma molto con l’amore per il mondo. L’etica nomade, cui Braidotti fa appello come a un “insieme di forme intersecate di responsabilità situata” si oppone altresì all’universalismo dei valori, ma anche a qualsiasi interpretazione in chiave relativistica e nichilistica. Essa delinea una radicale riconfigurazione del nostro stare qui e sollecita un comportamento, in un mondo tecnologicamente e globalmente “mediato”, capace di aprire e mantenere aperti i campi del molteplice così come insegna il pensiero della differenza sessuale che è il pensiero del non Uno. Ripensare ogni soggetto, al di là dalla razza, dal sesso, dalla cultura, secondo una visione positiva della differenza, abbandonare l’identità per costruire una soggettività che è necessariamente trasversale e collettiva, è la sfida di un’etica capace di ripensare il futuro come campo delle possibilità.” (tratto da Treccani.it)

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eBook di filosofia: I. Caiazzo, Un commento altomedievale al De arithmetica di Boezio

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Irene Caiazzo, Un commento altomedievale al De arithmetica di Boezio, in Archivum Latinitatis Medii Aevi, 2000, 58 (58), pp.113-150
” L’opera di traduzione e commento dell’ultimo degli Antichi, come universalmente fu definito Boezio, è stata fondamentale per la conservazione e la trasmissione al mondo latino della cultura filosofica greca. La traduzione di Aristotele faceva parte di un programma complesso, che prevedeva anche la traduzione di tutti i dialoghi di Platone, in modo da far emergere la convergenza, nonostante l’apparente discordanza, delle due maggiori filosofie del passato, come lo stesso Boezio spiega nel suo commento al De interpretatione. Di fatto, il progetto di traduzione si limitò alle opere logiche di Aristotele, e la conciliazione dei due massimi filosofi non avvenne. Tuttavia, grazie a Boezio la terminologia logica aristotelica passò alla lingua latina, e la tradizione filosofica medievale se ne servì prontamente: ricordiamo, ad esempio, alcuni concetti universalmente utilizzati in ambito filosofico come atto (actus), potenza (potentia), principio (principium), universale (universale), contingente (contingens).” (tratto da Manuale di storia di filosofia medievale)

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eBook di filosofia: E. Severino, Volontà, destino, linguaggio. Filosofia e storia dell’Occidente

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E. Severino, Volontà, destino, linguaggio. Filosofia e storia dell’Occidente

“La filosofia è sorta con un atto di divisione che ha separato ciò che sta, immutabile e incontrovertibile, da ciò che da questo essere è retto, ovvero con la divisione, celeberrima, tra essere e apparenza. Il mondo dell’apparenza, interpretato come luogo del divenire, ha assunto i tratti del non essere, imponendo ai filosofi l’esigenza di mettere in relazione il non essere con l’essere, ovvero di trovare una compatibilità tra contraddittori.
La soluzione severiniana, che è qui ripercorsa in 6 dense lezioni, ha il pregio della semplicità e il rigore di un ferreo argomentare logico. Egli nega al divenire l’evidenza fenomenologica che comunemente gli si attribuisce. È certamente vero che i fenomeni entrino ed escano dalla percezione della coscienza mortale, ma senza che questo debba essere attribuito a un loro presunto divenire. Che l’apparenza sia il luogo del divenire è piuttosto un modo filosofico per rendere ragione dell’apparire dell’apparenza.
Su queste basi la proposta di Severino offre un superamento del dualismo essere-apparenza e aiuta a leggere l’apparenza in manifestazione necessaria ed eterna dell’essere.”

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eBook di filosofia: Il pensiero unitario di Ludovico Geymonat

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[Ludovico Geymonat e Mario Dal Pra entrambi docenti presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano]

Il pensiero unitario di Ludovico Geymonat. Convegno di Bologna gennaio 2002

“Nacque a Torino l’11 maggio 1908, da Giovanni, valdese, e da Teresa Scarfiott, cattolica, entrambi di famiglia piemontese. Conseguì la laurea in filosofia, presso quella università, il 3 nov. 1930, discutendo con Annibale Pastore una tesi in teoretica sul problema della conoscenza nel positivismo che uscirà in volume l’anno successivo (Il problema della conoscenza nel positivismo. Saggio critico, Torino 1931). Si iscrisse quindi alla facoltà di scienze e vi conseguì la seconda laurea in matematica il 13 luglio 1932, con una tesi in analisi matematica discussa con Guido Fubini.

Ebbe come maestri Annibale Pastore, Erminio Juvalta, Adolfo Faggi, Giovanni Vidari, Federico Kiesow, già assistente di W. Wundt a Lipsia, e Giuseppe Peano, che in vario modo influenzarono la sua formazione (su Peano in particolare, v. la testimonianza dello stesso G., G. Peano di fronte alla cultura italiana, in Celebrazioni in memoria di G. Peano. Atti del Convegno organizz. dal dipart. di matematica dell’Univ. di Torino… 1982, Torino 1986, pp. 7-15). Pastore lo incoraggiò allo studio delle matematiche per sostenere con maggiori supporti gli interessi che intanto andava sviluppando verso la teoria della conoscenza, la logica e l’epistemologia; Juvalta lo sollecitò ad approfondire gli interessi etico-politici e, nello stesso tempo, lo presentò a Federico Enriques che lo avrebbe voluto con lui a Roma, assistente di matematica (cfr. Lo storicismo scientifico di F. Enriques, in Federico Enriques filosofo e scienziato, a cura di R. Simili – A. Pasquinelli, Roma 1982, p. 195). Ma soprattutto Piero Martinetti, che il G. conobbe a Torino nel 1936, divenne determinante per quella stretta connessione tra posizioni teoriche e scelte pratiche cui impronterà la coerente battaglia culturale, scientifica e politica di tutta la sua vita.

Assistente di analisi algebrica a Torino con il Fubini, gli venne preclusa la carriera universitaria fino alla Liberazione, per la decisione di non iscriversi al partito fascista. Nell’autunno del 1934, con due lettere di presentazione, di Pastore e di Fubini, si recò a studiare in Austria presso il Circolo di Vienna, sotto la guida di Moritz Schlick.

Nel 1935 tracciò un profilo del neopositivismo logico, in uno scritto, Nuovi indirizzi della filosofia austriaca, che lo stesso Schlick definirà “la migliore esposizione fino allora compiuta della filosofia neoempirista da un punto di vista neutrale”.

Gli anni tra il 1935 e il 1945 furono fecondi per il Geymonat. Da un canto, avviava il suo approfondimento dei temi a lui più cari della logica: la casualità, la probabilità, il continuo, la funzione della intuizione ecc.; dall’altro proseguiva la sua battaglia volta allo svecchiamento della cultura filosofica e scientifica nazionale, dominata per una parte dall’idealismo, per altra dalla retorica e da un equivoco rapporto tra la filosofia e la scienza. Nel 1934 uscì, a Torino, La nuova filosofia della natura in Germania, mentre raccoglieva studi, traduzioni, rassegne e spunti di analisi che in parte confluiranno in Studi per un nuovo razionalismo, Torino 1945.

Impedito dunque nella carriera universitaria, dal 1940 insegnò matematica nell’istituto privato Giacomo Leopardi di Torino, con sede presso i giardini della cittadella, trovandovi collega di italiano Cesare Pavese. Iscritto dal 1940 al partito comunista, partecipò nel 1943 alla lotta di liberazione in Piemonte come commissario politico della 150ª brigata “C. Pisacane”. Nel dopoguerra fu, per il Partito comunista italiano (PCI), assessore al Comune di Torino dal 1946 al 1949 e per qualche anno fu capo redattore dell’Unità.

Vinse il primo concorso di filosofia teoretica bandito in quegli anni e insegnò nelle Università di Cagliari e Pavia, finché, nel 1956, gli venne attribuita, presso l’Università statale di Milano, la prima cattedra italiana di filosofia della scienza. Qui insegnerà fino al 1978, costituendo non una scuola nel senso tradizionale di fedeli continuatori del suo pensiero, ma creando intorno a sé un nutrito gruppo di studiosi indipendenti che, pur scegliendo strade differenti, avevano tutti fatto della razionalità della scienza il punto nodale della loro riflessione ed erano tra i maggiori studiosi di filosofia, di logica, di epistemologia e di filosofia della scienza delle università italiane (alcuni tra essi collaboreranno con lui alla monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico, I-VII, Milano 1970-72, la prima storia della filosofia, scritta in Italia, pensata in stretto dialogo con le scienze fisico-matematiche e logiche). Direttore nel 1960 del primo gruppo di logica matematica del Consiglio nazionale delle ricerche, diresse contemporaneamente le collane di filosofia della scienza presso l’editore Feltrinelli di Milano – e qui usciranno le sue opere teoretiche maggiori, Filosofia e filosofia della scienza (1960) e Scienze e realismo (1977) – e nel 1963 la collezione dei classici della scienza presso la UTET. Fu membro dell’Accademia delle scienze di Torino, dell’Istituto lombardo di scienze e lettere, del comitato direttivo della grande Enciclopedia della scienza e della tecnica (presso Mondadori, Milano); fu nominato socio dell’Académie internationale d’histoire des sciences, da cui ottenne nel 1974 il riconoscimento della médaille Koyré.

Condirettore con Giuseppe Montalenti della rivista, fondata da Federico Enriques, Scientia, divenne anche membro della giunta scientifica della Domus Galilaeana di Pisa. Nel 1985 l’Accademia nazionale dei Lincei gli attribuì il premio Antonio Feltrinelli, riservato ai cittadini italiani. Intanto, dal 1933 al 1955 era stato assiduo collaboratore della Rivista di filosofia, fondata da Martinetti; e dal 1954 fino a tutto il 1975 fu attivo pubblicista sul Contemporaneo, Rinascita e su quotidiani come Corriere della sera, L’Unità, Paese sera. Scrisse anche su Società e Archimede.

Tale impegno pubblico rese sempre più popolare la sua opera, che venne a svolgere una notevolissima azione didattico-scientifica anche nella scuola media superiore, grazie al fortunato manuale per i licei, cui si aggiunse ben presto una edizione per gli istituti magistrali con la partecipazione del pedagogista Renato Tisato. Continuò a lavorare e a scrivere fino agli ultimi giorni della sua vita, coadiuvato, dopo la morte della prima moglie Virginia Lavagna (1983) – sposata nel 1938 e che gli aveva dato cinque figli -, dalla seconda moglie, Gisèle Fontugne, francese, laureata in storia e lingua russa, che gli fece da traduttrice e segretaria e che sposò nel 1984 al cui amore e alla cui dedizione, si dovrà la costituzione dell’Istituto che porta il suo nome, fondato nel 1985 e allogato a Milano, presso il Museo civico di storia naturale.

Sono di questi anni l’agile sintesi, Lineamenti di filosofia della scienza, Milano 1985; quindi, Scienza e storia, Verona 1985; La ragione e la politica, ibid. 1987; Del marxismo. Saggi sulla scienza e il materialismo dialettico, ibid. 1987; La libertà, Milano 1988; I sentimenti, ibid. 1989; Filosofia e scienza nel Novecento, Padova 1991; La Vienna dei paradossi, ibid. 1991.

Il pensiero e l’opera del G. si caratterizzano, nel loro lungo e complesso sviluppo, per una rigorosa coerenza nella discontinuità. Il neoempirismo, il neorazionalismo, il realismo, lo storicismo scientifico e dialettico che recuperava il materialismo di F. Engels e di Mao Zedong, si collocano su una linea di progressivo sviluppo di esperienze, anche di revisione, ma sempre nel segno della presenza di alcuni cardini che individuiamo nella difesa del valore gnoseologico del sapere scientifico, portata avanti fin dagli anni difficili in cui in Italia dominavano l’idealismo e l’attualismo; nella fedeltà critica alla prospettiva realistica e al valore della dialettica e, infine, nell’articolazione problematica di una teoria della ragione e della sua storicità.

Nel 1945, con la data simbolica del 25 aprile, il G. pubblicava a Torino gli Studi per un nuovo razionalismo, a connettere insieme libertà politica e l’avvio di un pensiero critico capace di elaborare nuovi modelli di razionalità in connessione con i grandi indirizzi europei, non senza contraddizione con lo storicismo crociano-gramsciano della giovane cultura di sinistra, a cui pure aderiva politicamente. Protagonista di quella tendenza neorazionalista che si andava diffondendo a Torino, Milano e Roma, il G. definiva il Centro di studi metodologici, che si costituiva in quello stesso anno dagli incontri informali di un gruppo di universitari torinesi, “uno dei pilastri fondamentali della rinascita della metodologia della scienza in Italia” (Introduzione a F. Frola, Scritti metodologici, Torino 1964, p. 7). Si trattò certamente di un gruppo composito – con il G. ne facevano parte fisici e filosofi: Eugenio Frola, Piero Buzano, Enrico Persico, Prospero Nuvoli, Nicola Abbagnano e altri che si unirono in seguito, come Adriano Buzzati Traverso e Norberto Bobbio – per la presenza di tante voci, anche diverse fra loro per interessi e per posizioni, ma sostanzialmente unito nella comune esigenza di un rinnovamento profondo e moderno della cultura italiana di fronte all’idealismo e alla metafisica.

Negli Studi confluiva il lavoro da lui svolto nel periodo iniziale con l’esperienza decisiva, e per lui rivelativa, del Circolo di Vienna, quindi dell’empirismo logico, soprattutto secondo il magistero di Schlick, su cui tornerà più volte, non solo per ricordarlo ma per differenziare, all’interno del Circolo di Vienna, la sua posizione, empiristica e aperta al realismo, da quella di R. Carnap (Introduzione a M. Schlick, Tra realismo e neo positivismo, Bologna 1974). Per il G. si trattava di attuare una riforma della filosofia e del filosofare con il confronto tra i linguaggi sintatticamente bene ordinati delle teorie scientifiche e il linguaggio ordinario, per ottenere quella “determinatezza” o precisione che costituiva per lui un criterio valutativo metastorico. D’altro canto, solo estendendo lo sguardo dalle singole teorie all’intera formazione economico-sociale, e in particolare al patrimonio scientifico tecnologico, sarebbe stato possibile intendere il ruolo delle norme di ciascuna teoria.

La storicità strutturale della scienza e l’esame del patrimonio scientifico-tecnologico procedono insieme nella riflessione filosofica e scientifica compiuta dal G. negli ultimi anni, coinvolgendo in pieno la sfera sociopolitica, cui da sempre il G. aveva posto attenzione ma che era tuttavia rimasta separata dal suo lavoro propriamente epistemologico. La politica fu per lui passione forte e, quanto quella per la scienza, impegno di vita. E nell’ultimo periodo, nel clima mutato dominato dall’idea della crisi della ragione e da una diversa immagine della scienza entro gli indirizzi postpositivisti (K. Popper, tra gli altri), egli mirò a interpretare l’impresa scientifica in tutta la sua complessità teoretica, tecnologica e sociale. Così la proposta di un nuovo realismo ristrutturava le categorie del materialismo dialettico, sottoponendole a trattamento epistemologico, grazie al quale la totalità di natura e storia diventava categoria fondante sia della scientificità sia dell’analisi giuridico-politica e permetteva la coincidenza del problema della conoscenza con la conoscenza scientifica.

Molte obiezioni sono state sollevate alla visione della scienza e dei rapporti tra filosofia e scienza che sono stati oggetto di tutta la battaglia culturale della riflessione teoretica del G., anche da parte dei sui allievi. Esse riguardano la giustificazione della conoscenza scientifica, la polemica da lui condotta contro l’intuizione, la sua concezione della logica, per le sue connessioni al modello hilbertiano, l’importanza determinante dei modelli di tipo fisico-matematico. E tuttavia – al di là della legittimità di queste e altre obiezioni – la visione del G. resta più ampia e, oltre ad avere reso possibile quegli stessi quesiti con il rigore del suo magistero, critico e razionale, pone questioni ancora attuali, urgenti e non risolte nella nostra cultura: quella, tra le altre, del valore teoretico della scienza in termini radicalmente diversi da quelli della impostazione fisicalistica di Carnap, che fonda l’unità della scienza nell’ambito del linguaggio e la riduce al discorso logico-fisico.

La filosofia, infatti, per il G. non viene affatto assorbita dalle scienze (come nel positivismo ottocentesco) ma su di esse “riflette” – come ha osservato A. Stomeo (Profilo di un filosofo della scienza, p. 51) – “ponendosi però non come pura metodologia, ma come pensiero teorico generale, volto a preservare la ricerca dal rischio, sempre in agguato, di una ipostatizzazione dei metodi e di una assolutizzazione dei risultati che la porterebbero a rompere i ponti con il reale procedere storico della scienza, cioè con le forme che assume storicamente la “rivedibilità” del sapere”. Attraverso il confronto critico con il neopositivismo, il G. arriva a liberare il carattere convenzionale delle proposizioni scientifiche dalla riduzione fenomenistica della realtà e a connetterlo con il realismo, grazie alla utilizzazione delle categorie del materialismo dialettico (v. il cap. VIII degli Orientamenti filosofici, in Filosofia e filosofia della scienza).

L’istanza di connettere scienza ed esperienza, linguaggio scientifico e linguaggio comune, teoria e tecnica che caratterizza la riflessione del G. apre la via a nuove categorie, anzitutto a quella della totalità. L’elaborazione teoretica di un nuovo storicismo, che Filosofia e filosofia della scienza dichiara, si accompagna a un allargamento della ragione, perché permette al G. di mettere a punto una categoria che è in grado di superare anzitutto i limiti della formalizzazione e della separatezza disciplinare (v. E. Fiorani, Un approccio teorico alla “materia” con riferimento a G., in Scienza e filosofia, 1985, pp. 82 s.). Per il G. “la scienza lavora nella storia” e solo in essa si verifica. Lo storicismo ne coglie perciò il nesso e ne motiva la contrapposizione secca al carattere solo ipotetico della scienza, l’accentuazione del realismo e della verità relativa (Lineamenti di filosofia della scienza, p. 108).

Negli ultimi scritti il G. elaborava la nozione di patrimonio scientifico tecnologico, che configurava un’idea di scienza sotto il profilo diacronico, come sistema fluido e in sviluppo e tuttavia unitario: “una struttura che si presenta al contempo come multipla e unitaria: multipla perché generata da tante acquisizioni scientifiche e tecniche fra di loro distinte, unitaria perché costruita dall’intreccio di queste acquisizioni, non dal semplice accostamento di esse, prese ciascuna nella sua singolarità” (Scienza e realismo, p. 51).

Infine, il neorazionalismo, o neoilluminismo, a cui il G. perviene (v., in particolare, Saggi di filosofia neorazionalistica, Torino 1953), è certo un assunto metodologico che si esercita nell’esame logico-empirico del linguaggio scientifico, ma è metodo che “non va alla ricerca di principi metafisici evidenti”, assumendo l’uomo come “l’unico artefice della razionalità”.

La razionalità viene allora spogliata da ogni e qualsiasi riferimento a verità prime, assolute, assiomatiche, autoevidenti. Alla base della sua prospettiva razionale della natura, da un canto c’è la materia, ma dall’altro opera la storica e, perciò stesso, dialettica capacità del pensiero scientifico di fondare l’oggettività del reale su base trascendentale. Scartata la prospettiva ottocentesca e positivistica di un materialismo metafisico, e superata la prospettiva idealistica che aveva negato “l’esistenza della materia quale presupposto irrazionale della legalità, mostrando che il contenuto delle leggi è prodotto delle leggi medesime” (ibid., p. 255), il G. difende la razionalità del reale in quanto tale razionalità non è assunta surrettiziamente come dato naturale astratto, ma si forma storicamente all’interno del linguaggio scientifico in perenne crescita su se stesso (ibid., pp. 260-263). Ne deriva la critica allo stesso neopositivismo: non a caso il G. parla di metodologia e non di una specifica metodologia. Riconosce i meriti del Circolo di Vienna, ma prende le distanze dal fenomenismo e si muove verso una riforma della filosofia che tenga conto della storicità del sapere scientifico.

A questo fine sono essenziali l’impegno e la ricerca in sede di storiografia scientifica e filosofica, che nel G. accompagnarono costantemente l’elaborazione teoretica stretta e che ne rinnovavano quando non ne fondavano i criteri e le metodologie. Ricordiamo Storia e filosofia dell’analisi infinitesimale, Torino 1947; la citata Storia del pensiero filosofico e scientifico, e soprattutto la straordinaria monografia Galileo Galilei, Milano 1956, vero “gioiello di ricerca storica”, come l’ha opportunamente definito R. Rambaldi.

Più volte edita e tradotta nelle principali lingue straniere (ungherese, 1961; serbo-croata, 1964; inglese, 1965; francese, 1968; spagnola, 1969), in essa confluiscono motivi salienti della ricerca del G.: l’importanza della tecnica e la sua valenza teoretica; i nessi tra sviluppo della scienza e lotta politico-culturale per l’affermazione del copernicanesimo. Di Galileo, figura per lui centrale nella storia della razionalità moderna, il G. continuò a occuparsi a più riprese, nella convinzione che il vero valore dell’opera galileiana non fosse solo storico, quanto piuttosto teoretico, costituendo il trait d’union tra la scienza e la filosofia (Per Galileo. Attualità del razionalismo, Verona 1981).

Di grande rilievo storiografico sono anche le sue traduzioni e cure delle principali opere dei nuovi sviluppi della scienza e della logica (A. Weismann, G. Frege, B. Russell, per esempio); d’altro canto l’esigenza irrinunciabile di una concezione del mondo si pone, per il G., “non come problema interno alla scienza” – in quanto le scienze particolari non hanno alcun bisogno di una legittimazione filosofica dei risultati conseguiti -, “ma come problema essenziale filosofico; di una filosofia però che intenda procedere con la ragione, non con la fantasia, e che proprio perciò vuole tenere ininterrottamente conto del sapere scientifico” (L’esigenza di una nuova concezione del mondo e il problema di una nuova cultura, in Storia del pensiero filosofico e scientifico, VI, p. 1062).

Tale problema della giustificabilità filosofica della razionalità scientifica – come è stato rilevato da Mario Quaranta (Tre posizioni su L. G.) – è centrale nell’attività filosofica del G., e porta a due ordini di conseguenze, con i relativi risvolti teoretici e pratici: il primo è quello che gli fa proseguire la lotta contro le tentazioni irrazionalistiche che si annidano all’interno della coscienza filosofica e scientifica; il secondo arriva a combattere l’eccesso dello specialismo, come aspetto patologico del progresso scientifico e tecnico, in quanto “chiusura” e “distorsione” e gli fa ribadire l’urgenza dell’unità del sapere scientifico, ampliato al punto di comprendervi sia la tecnica sia il sociale. Per non ribadire ancora le questioni, ancora tutte aperte e solo agli inizi, da lui poste con la teoria dello storicismo scientifico.

Nel 1965 era uscito dal PCI, perché non condivideva “l’anatema scagliato dall’URSS contro la Cina”. Si schierò poi con M. Capanna e il movimento studentesco e nel 1980 si presentò come indipendente nelle liste di Democrazia proletaria per la regione Piemonte. Ma difese sempre il partito comunista dagli attacchi della Destra, preferendo, confesserà, la posizione di fiancheggiatore.

In una intervista pubblicata su Paese sera del 20 febbr. 1979, dichiarava: “Non sono contro il PCI, come riconosce anche Amendola. […] non condivido i compromessi con la DC e attribuisco al PCI colpe e responsabilità culturali ben precise”. Del resto ritenne il compromesso storico il riflesso di ben altro compromesso ideologico che risaliva ad A. Gramsci, responsabile di aver fatto di B. Croce il punto di riferimento più avanzato della cultura borghese (ora in La ragione e la politica, p. 18).

Nel 1987 partecipava all’Associazione culturale marxista e successivamente, con A. Cossutta, alla nascita del Partito della rifondazione comunista.

Ricoverato all’ospedale di Passirana di Rho (Milano) per una banale frattura al braccio, morì per sopravvenuta complicazione polmonare il 29 nov. 1991.

Fonti e Bibl.: A. Giannotta, Il problema della conoscenza nel positivismo, in Giornale critico della filosofia italiana, XII (1931), 4, pp. 308-316; A. Pastore, rec. di Studi per un nuovo razionalismo, in Rivista di filosofia, 1945, pp. 113-116; M. Dal Pra, Sul valore delle proposizioni scientifiche, in Rivista di storia della filosofia, III (1948), 1, pp. 45-50; N. Bobbio, Invito al nuovo illuminismo, in Notiziario Einaudi, ott. 1953, pp. 10 s.; F. Rivetti Barbò, La filosofia di L. G. nella sua fase neopositivistica, in Rivista di filosofia neoscolastica, XLVI (1954), 2, pp. 116-169; V. Cappelletti, La critica del neopositivismo nell’opera di L. G., in La Nuova Critica, I (1955-57), 4, pp. 71-92; A. Caracciolo, Sul concetto di linguaggio e di metodologia in uno scritto di L. G., in Giornale critico della filosofia italiana, XXXVII (1958), 1, pp. 127-142; F. Fergnani, Filosofia e filosofia della scienza nel pensiero di L. G., in Il Pensiero critico, 1960, n. 3, pp. 47-79; A. Guzzo, Conferenza novembrina di G., in Filosofia, 1960, n. 1, pp. 117-125; B. Widmar, Filosofia e filosofia della scienza, in Il Protagora, 1960, n. 1, pp. 789 ss.; M. Viganò, Filosofia e filosofia della scienza, in La Civiltà cattolica, 1961, t. III, pp. 44-56; G.F. Morra, Il problema morale nel neopositivismo da B. Russell a L. G., Manduria 1962, pp. 179-191; J.W. Chang-The, Dal neopositivismo allo storicismo scientifico. L’evoluzione filosofica di L. G., Roma 1970; A. Caracciolo, Arte e linguaggio, Milano 1970, pp. 115-142; C. Sini, Scienza e filosofia in una recente ricostruzione storiografica, in Il Pensiero, XIV (1971), 2-3, pp. 209-219; F. Nuzzaci, Il neorazionalismo di L. G., Napoli 1971; F. Albergamo, La “Storia del pensiero filosofico e scientifico” di L. G., in Critica marxista, XI (1973), 5, pp. 205-213; G. Prestipino, Il marxismo nella “Storia” di G., ibid., pp. 181-204; A. Negri, rec. della Storia del pensiero filosofico e scientifico, in Belfagor, XXVIII (1973), 3, pp. 371-378; G. Giorello, Introduzione, in L’immagine della scienza. Il dibattito sul significato dell’impresa scientifica nella cultura italiana, Milano 1977, pp. 28-34; M. Quaranta – B. Maiorca, L’arma della critica di L. G., Milano 1977 (con bibl.); A. Tosel, Il ruolo di G. nella battaglia neorazionalista, in Scientia, LXXII (1978), pp. 251-260; L. G. filosofo della contraddizione, a cura di M. Quaranta, Padova 1980; E. Fiorani, L. G., in Belfagor, XXXVI (1981), 1, pp. 55-70; A. Stomeo, Storia della scienza e ricostruzione razionale (Note su alcuni aspetti della “crescita della scienza”), in Il Protagora, s. 4, XXII (1982), 1, in partic. pp. 138-143; Il problema delle scienze nella realtà contemporanea, a cura di M. Massafra – F. Minazzi, Milano 1985; Scienza e filosofia. Saggi in onore di L. G., a cura di C. Mangione, Milano 1985 (con bibl.); A. Stomeo, Profilo di un filosofo della scienza: L. G., in Corso di giornalismo. L’informazione scientifica, a cura di P. Gensini – A. Stomeo, Padova 1985; L. Geymonat – G. Giorello, Le ragioni della scienza, Roma 1986; A. Stomeo, Le ragioni della politica e la politica della ragione: gli ultimi interventi politico-culturali di L. G., in Poleis, aprile-giugno 1988, pp. 55-60; Id., Scienza e tecnica nella riflessione epistemologica di L. G., in Il Novecento, 5 maggio 1988, pp. 6-8; E. Agazzi – F. Minazzi, Filosofia, scienza e verità, Milano 1989, passim; E. Rodriguez, Giulio Preti e L. G.: un confronto fra due percorsi filosofici per la costruzione di un nuovo razionalismo, in Il pensiero di G. Preti nella cultura del Novecento, a cura di F. Minazzi, Milano 1990, pp. 322-338; Omaggio a L. G., a cura di C. Mangione, Padova 1992; M. Quaranta, Tre posizioni su L. G., in Rivista di psicologia, 1992, nn. 2-3; Id., Un ricordo, una riflessione, in Il Contributo, novembre-dicembre 1992, pp. 45-47; F. Minazzi, L’Institut L. Geymonat pour la philosophie de la science, la logique et l’histoire de la science et de la technique, in Revue d’histoire des sciences, XLV (1992), pp. 361-365; N. Bobbio, Ricordo di L. G., in Rivista di filosofia, LXXXIX (1993), 1, pp. 1-39; E. Rambaldi, L. G., Commemorazione, in Rendiconti dell’Istituto lombardo di scienze e lettere, CXXVII (1993), 1, pp. 185-198; M. Quaranta, L. G., Augusto Coletti e il Centro, in Scienza e storia, 1994, n. 9, pp. 49-54; S. Paolini Merlo, Consuntivo storico e filosofico sul “Centro di studi metodologici” di Torino 1940-1979, Genova 1998; F. Minazzi, L’epistemologia come ermeneutica della ragione, Milano 1998, in partic. pp. 65-78, 91 s., 185-205; Diz. universale della letteratura italiana, II, Milano 1960, pp. 224 s.; Filosofskaia Enciclopediaja, I, Moskva 1960, p. 470; Enc. filosofica, II, Firenze 1967, p. 118 (F. Barone); Grande Diz. enciclopedico (UTET), VIII, Torino 1968, pp. 853 s. (A. Cecchini); Enc. universale, Milano 1971, p. 19; Enc. filosofica Garzanti, Milano 1988, p. 354; F. Minazzi, G. L., in Enciclopedia universalis, Paris 1992, sub voce.”

(Girolamo De Liguori, Ludovico Geymonat in Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 53 (2000) Treccani.it)

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eBook di filosofia: T. Rossi, Della mente sovrana del mondo

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Tommaso Rossi, Della mente sovrana del mondo

“Tommaso Rossi (1673-1743) fu abate di Montefusco, corrispondente di Vico e studioso profondo di metafisica. Nelle sue opere filosofiche Dell’animo dell’uomo e Della mente sovrana del mondo, egli affronta la questione della natura umana e della natura dell’anima divina, incrociando questioni centrali nella filosofia moderna come il rapporto mente-corpo, le possibilità di conoscenza umana a proposito delle cose naturali e delle cose divine e la definizione della materia. Avversa a ogni forma di ateismo e di materialismo, la riflessione di Rossi riesce a recepire quella parte del dibattito filosofico che, tra Locke, Cartesio e Spinoza, andava a definire il nuovo campo e il nuovo metodo della scienza naturale. Della mente sovrana del mondo (1743), la cui terza parte è dedicata all’esame del sistema spinoziano, rimane un documento complesso non solo della ricezione di Spinoza, ma anche della ridefinizione filosofica di un ordine cosmologico e gnoseologico, nel quale l’ingegno umano giocherà un ruolo importante.”

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