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eBook di filosofia: Platone, Menone

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Platone (a cura di Dario Zucchello), Menone. Introduzione, traduzione e commento

“Dialogo di Platone. Vi si affronta il problema della virtù per stabilire se essa possa essere insegnata (come pretendono i sofisti). Socrate, personaggio del dialogo, mediante il procedimento ironico, mostra quanto sia difficile definire cosa sia la virtù in quanto forma unica cui ricondurre tutte le virtù particolari: il coraggio, la temperanza, la giustizia, ecc. (72 c-d). Con il suo tocco di torpedine (79 a-d) egli lascia frastornati gli interlocutori che tentano di definire la virtù in relazione alla politica e al comando, al bello e al buono, e alla capacità di procurarselo (77 a-78 b). Occorre stabilire se della virtù vi sia scienza e, successivamente, se, in quanto oggetto di scienza, essa sia insegnabile. Socrate illustra il procedimento dialettico condotto in base all’interrogazione (75 d), la maieutica, e successivamente se ne avvale per interrogare uno schiavo sulle proprietà geometriche del quadrato in modo che questi le ‘ricordi’ benché non sapesse di conoscerle. È così illustrata la teoria dell’anamnesi. «Non v’è da stupirsi se [l’anima] possa far riemergere alla mente ciò che prima conosceva» (81 c) e, in tal senso, conoscere è ricordare (85 d). La scienza, al modo della scienza matematica, prende avvio da assunti ipotetici per approdare a conoscenze che l’anima, immortale, possiede da sempre. La virtù non è però innata, al modo della scienza (dunque ricavabile mediante l’anamnesi), e non è neppure insegnabile, come dimostra il fatto che politici eminenti, quali Temistocle o Aristide, pur possedendola, non abbiano potuto insegnarla ai figli. Essa dipende non dalla scienza, ma dall’opinione «vera» (ἀληθὴς δόξα) o «retta» (ὀρθὴ; 98 b-c), la quale, non meno buona o utile della scienza, è però una «ispirazione divina», al modo della μανία dei poeti e degli indovini.” (tratto da Treccani.it)

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eBook di filosofia: A. Carlini, Fonti principali del testo platonico dall’antichità al Rinascimento

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Antonio Carlini, Fonti principali del testo platonico dall’antichità al Rinascimento

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Plato’s Similes: il sito online con le similitudini nei dialoghi platonici

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Plato’s Similes: A Compendium of 500 Similes in 35 Dialogues è il sito online di John Ziolkowski che riporta le 500 similitudini rintracciate nei dialoghi di Platone.

The Dialogues which have the most similes are the Republic (127), Laws (66), Timaeus (36); whereas the fewest similes are found in the Epinomis (0), Theages (0), Hipparchus (1), Lovers (1), Menexenus (1), Minos (1)—several of which are considered spurious. Similes are found more often in the conversational parts of the Dialogues than in the narrative sections except when Socrates is the narrator (e.g. in the Charmides, Euthydemus, Lovers, Lysis, Protagoras, and Republic; others narrate the Parmenides, Phaedo, and Symposium)—again suggesting that similes were characteristic of Socrates’ (philosimelitic) style of speaking. The number of conventional similes is 365, of alternative 82, implicit 57, and denominative 10 (see Chart E). In most Dialogues approximately half the similes are about the subject under discussion; the other half consist of comparisons with the discourse itself, the participants (especially Socrates), and incidental remarks.

Dall’analisi emerge inoltre la vivacità con cui Platone tratteggia Socrate.

“[Socrates] is shown to be humorous, modest, and prolific in his references to contemporary social mores and literary allusions. Similes are particularly interesting for the vivid illustrations and imagery introduced to persuade his interlocutors of the correctness of his argument. They also provide a wide range of images as part of his portrait, some of them perhaps difficult to reconcile. On the other hand, some activities and aspects of his life mentioned in the Apology and other Dialogues are not reflected in the similes: his examination of leading citizens about sophia (in keeping with the oracle’s reply to Chaerephon’s question, “Who is wiser than Socrates?”), his poverty, his courage in refusing to go along with illegal actions after the battle of Arginusae (406 BCE), and with the arrest of Leon during the rule of the Thirty (403–402 BCE).

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eBook di filosofia: A. Capra, AΓΩΝ ΛΟΓΩΝ. Il « Protagora » di Platone tra eristica e commedia

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Andrea Capra, AΓΩΝ ΛΟΓΩΝ. Il « Protagora » di Platone tra eristica e commedia

“La natura dialettica e drammatica del pensiero di Platone si rivela pienamente nel Protagora, il più teatrale fra i suoi dialoghi. Il significato dell’opera emerge da un’indagine che muove dalla forma, con uno sforzo teso a ricostruire gli orizzonti d’attesa di un pubblico espertissimo di teatro. Simile a un eroe comico, Socrate varca la soglia della famigerata casa di Callia, munifico ospite dei sofisti; gli appare un aldilà bizzarro, riecheggiante i mondi avversi che l’eroe aristofaneo era chiamato a esplorare e combattere. Ma questo aldilà si colora di sfumature che preludono all’ontologia matura di Platone: è il mondo della polis, formato da larve dotate di una empeiria elusiva, che sfugge alle prese del sapere oggettivo. Oltre quella soglia, Socrate trova insomma la caverna di Platone, teatrino di ombre in cui tuttavia il filosofo ha il dovere di combattere come meglio può. Ecco dunque un Socrate odissiaco e pugnace, in lotta con un avversario disposto a negare i presupposti stessi della dialettica. Il motivo del duello verbale (agon logon) era centrale tanto nella commedia antica quanto nelle esibizioni pubbliche dei sofisti. Con un occhio alle Nuvole, Platone fonde queste due tradizioni in una mirabile unità drammatica, che incarna nel vivo dell’azione la minaccia mortale rappresentata da Protagora, il cui pensiero appare irriducibile alla prospettiva socratico-platonica” (tratto da Treccani.it)

 

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eBook di filosofia: Platone, Parmenide

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Platone, Parmenide

” Vi si descrive il dialogo fra Parmenide, Zenone e Socrate avente come oggetto il problematico rapporto fra uno e molteplice, donde origina l’aporeticità conseguente sia alla negazione sia all’assunzione positiva del molteplice. Commentando le tesi esposte da Zenone, Socrate osserva che al problema del molteplice si connette anche quello del simile e del dissimile, ossia il fatto che cose molteplici dello stesso genere (per es., uomini) pur essendo in sé unitarie, sarebbero al tempo stesso simili e dissimili (127 d-128 e). Ne deriva che non sia assurdo dimostrare che «tutto è uno perché partecipa del genere dell’uno e che lo stesso tutto è molteplice perché partecipa del genere della molteplicità» (129 b-c). Con il superamento di tale contraddizione che comporta la stasi in cui si risolvono le critiche eleatiche, Socrate enuncia una soluzione fondata sulla dottrina dell’‘idea’, la quale pur essendo unitaria sussume in sé la molteplicità del reale, rendendo possibile concepire la partecipazione (μέϑεξις) del molteplice all’uno (129 a-130 a). Contro la dottrina delle idee, Parmenide propone una serie di difficoltà: non possono esservi idee che corrispondano a ciascuna cosa sensibile (130 a-e), bisogna stabilire se la cosa partecipi di tutta l’idea o di una parte di essa; bisogna risolvere il cosiddetto argomento del terzo uomo (132 a), ossia il necessario darsi di un grado intermedio fra la cosa reale e l’idea di cui quella partecipa solo in modo incompleto; le idee non possono essere pensieri; le idee e le cose sono su due piani paralleli non comunicanti (132 d-135 a). Parmenide enuncia la propria concezione dell’uno­ come estraneo alla molteplicità (135 a-166 c). Mediante il metodo dialettico Socrate dimostra, a superamento delle aporie che Parmenide ritiene insolubili, che il molteplice può essere compreso, in quanto alterità, ossia nel suo essere altro, come ‘ente’ dell’uno stesso. L’essere può cioè essere pensato non come l’uno in sé, ma come l’‘uno che è’, ossia che esistendo è ‘altro’ dall’uno. In caso contrario la pura molteplicità sarebbe altrettanto contradditoria, poiché non potrebbe render conto dell’unità dei singoli esistenti. La conclusione ‘aporetica’ del dialogo, che verrà sviluppata negli scritti successivi e in particolare nel Teeteto (➔) e nel Sofista (➔) è che: «sia che l’uno sia, sia che non sia, esso stesso e gli altri, rispetto a sé stessi e reciprocamente fra loro, sono tutto, secondo ogni modo di essere e non lo sono, appaiono esser tutto, secondo ogni modo di essere e non appaiono così» (166 c).” (tratto da Treccani.it)

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eBook di filosofia: Platone, Cratilo

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Platone, Cratilo

Il dialogo viene solitamente inserito – per quanto valga questa cronologia in un mondo senza stampa  – fra le opere della maturità di Platone. Tuttavia, il fatto che proceda “mimeticamente” lo fa supporre anteriore alla critica alla poesia contenuta nella Repubblica. Socrate è invitato a partecipare a una conversazione in corso fra gli altri due attori del dialogo, Ermogene e Cratilo.

  • Di Cratilo Aristotele riferisce che interpretava la dottrina eraclitea del divenire come flusso in modo talmente radicale da non chiamare più le cose, ma indicarle soltanto (Metafisica, IV 1010a), perché era convinto che il nome, una volta pronunciato, fosse già superato dal mutamento del mondo. Lo stesso Aristotele attribuisce a una amicizia giovanile di Platone con Cratilo (Metafisica, I 987e) la convinzione che degli oggetti sensibili, trascinati nel flusso, non fosse possibile avere scienza. Il Cratilo del dialogo platonico, tuttavia, non coincide – o, a causa della sua età, non coincide ancora – con questa descrizione. Ermogene – menzionato anche nel Fedone fra gli amici che assistono all’esecuzione di Socrate – chiede a Cratilo di far partecipare Socrate alla conversazione perché si trova in difficoltà. Il suo interlocutore, infatti, sostiene che:
        ogni cosa ha per natura un proprio nome corretto, che è il medesimo per i greci e i barbari, non grecofoni;
        il nome corretto non dipende dalle convenzioni che gli uomini stipulano dispiegando una parte della loro voce (383a).

Se gli si chiede se Cratilo si chiama veramente Cratilo e Socrate veramente Socrate, Cratilo risponde di sì.  Ma se gli si chiede se Ermogene è veramente Ermogene, Cratilo risponde di no, anche se tutti lo chiamano così (383b). Perché? Cratilo si rifiuta di dirglielo e eironeuetai (dissimula) con l’aria di avere una conoscenza speciale che, se fosse condivisa, lo farebbe necessariamente convenire. Come si interpreta questa pronuncia di stile oracolare? E ci possono essere davvero dei nomi corretti (384a)?
Socrate gli risponde parafrasando un proverbio: le cose belle – quali la questione della correttezza dei nomi – sono difficili da imparare. Egli, tuttavia, non avendo ascoltato la lezione da cinquanta dracme di Prodico, ma solo quella da una dracma, non ha un’istruzione completa (384b). Può solo mettere in comune le forze con Ermogene e Cratilo per capire chi dei due ha ragione (384c).
Prodico di Ceo era un sofista, maestro della sinonimica. Socrate si dice costretto a mettere in comune le forze con i suoi interlocutori per proseguire nell’indagine perché, avendo seguito solo un corso a basso costo, non conosce la verità sulla correttezza dei nomi. In questo modo egli contrappone ironicamente la comunità di conoscenza – un ripiego da poveri – al sapere sofistico, che è una collezione ipomnematica di nozioni parcellizzate e vendute a peso. Ma se è impossibile estendere le nozioni del corso da una dracma se non sborsandone altre quarantanove, evidentemente la teoria di Prodico non può essere oggetto di anamnesis – cioè, platonicamente, è asistematica e non scientifica”

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Études platoniciennes: una rivista online dedicata a Platone

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Études platoniciennes  è una rivista online interamente dedicata alla ricerca su Platone e sulla tradizione platonica. All’interno del sito della rivista, è presente: una scelta di studi su tematiche o opere significative, il “Bulletin Platonicien” che segnala i testi pubblicati sul filosofo e la “Bibliographie Platonicienne”.

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eBook di filosofia: Platone, Eutifrone

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Platone, Eutifrone

Maria Chiara Pievatolo, L’Eutifrone di Platone

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eBook di filosofia: Platone, Timeo

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Platone, Timeo

” Dialogo di Platone, forse l’ultimo pubblicato dal filosofo. A differenza degli altri scritti platonici, il Timeo presenta in forma di dialogo soltanto la parte introduttiva, mentre il discorso pronunciato da Timeo, che costituisce la sezione più importante ed estesa dell’opera, è un vero e proprio trattato. Sono protagonisti del dialogo diretto Socrate, Timeo, Crizia, che fu uno dei Trenta Tiranni, ed Ermocrate, famoso generale e uomo politico di Siracusa, che sconfisse gli Ateniesi (414 a.C.) durante la guerra del Peloponneso; al dialogo narrato prendono parte anche Crizia il vecchio, nonno di Crizia, Solone, poeta e uomo politico che avviò Atene sulla strada della democrazia, e i sacerdoti egizi. Della storicità di Timeo (➔ Timeo di Locri), che Socrate dichiara provenire dalla Magna Grecia (20 a), precisamente da Locri, e che Crizia definisce come il più competente tra loro in astronomia e «quello che ha profuso maggior impegno nella conoscenza della natura dell’Universo» (27 a), si è talvolta dubitato. Le esigue fonti posteriori tradiscono la loro dipendenza dai passi platonici, informandoci della fede pitagorica di Timeo; Cicerone (De re publica, I, 16; De finibus, V, 85) accenna a presunte relazioni personali tra Timeo e Platone in occasione dei viaggi di quest’ultimo in Italia. Al tempo in cui Cicerone scriveva l’idea di una dipendenza dottrinale di Platone da Pitagora era ormai radicata e alimentava racconti fantasiosi circa presunti incontri tra Platone e diversi membri della scuola pitagorica (Tusculanae disputationes, I, 17). Nel Timeo possono essere individuati: un prologo (17 a-27 c), in cui si presentano i personaggi, si pone una certa continuità con il discorso del giorno precedente sulla città ideale (Socrate chiede che si presenti la città ideale «effettivamente in azione»; 19 b-20 c), e si prepara un piano sui discorsi che restano ancora da svolgere (26 e-27 c); un preludio al discorso cosmologico di Timeo (27 c-29 d), in cui si illustrano i principi metafisici che ne sono alla base; e tre parti principali. La prima (29 d-47 e) è dedicata al tema dell’intelligenza cosmica e delle sue operazioni e si diffonde sulle ragioni della bellezza dell’Universo e della sua unità, individuando nella bontà del Demiurgo la causa dell’origine del mondo, la generazione e l’attività dell’anima cosmica, i suoi movimenti armonici, la creazione del tempo, dei corpi celesti, delle singole anime, degli animali, dell’uomo. La seconda parte (47 e-69 a) si concentra sul principio materiale del cosmo inteso come «necessità», «ricettacolo», «spazialità», «movimento caotico»; narra inoltre l’origine dei quattro elementi mediante i solidi geometrici regolari e i rapporti numerici, mostrando le forme che essi assumono e le impressioni e sensazioni che suscitano, discute inoltre delle cause di queste. La terza parte (69 a-92 c) è dedicata alla natura dell’uomo, alla sua fisiologia e anatomia, infine all’anima razionale, posta nell’uomo da dio come «demone tutelare»; si richiama infine il tema della metempsicosi e le implicazioni escatologiche connesse. Sullo sfondo del trattato sta l’idea centrale della matematica, dei numeri, dei rapporti numerici e delle figure geometriche come strumento fondamentale di cui l’anima cosmica si serve per compiere le sue attività. Per molti secoli la fortuna di Platone è stata legata al Timeo in modo particolare. Già nella scuola platonica si registrano accesi dibattiti sulle tesi timaiche, anche in ragione delle critiche aristoteliche al dialogo, che lo Stagirita cita più di qualunque altro scritto platonico, probabilmente attribuendogli un ruolo centrale nella produzione di Platone. Proclo, il massimo rappresentante del neoplatonismo greco, ha dedicato al dialogo un monumentale commentario; Cicerone ne approntò una traduzione latina, mentre già Filone di Alessandria lo utilizzava per una interpretazione filosofica del Genesi. Ma furono soprattutto la traduzione latina e il commento redatti da Calcidio nel 4° sec. a esercitare un influsso particolarmente profondo nella storia del pensiero occidentale; la valorizzazione del commentario si compie soprattutto nel 12° sec. nella scuola di Chartres, penetrando poi nella cultura europea, che per molti secoli di Platone conobbe soltanto il Timeo. La fortuna nel Rinascimento fu assicurata dalla nuova traduzione e commento ficiniani ed è dimostrata dal fatto che nella celebre Scuola di Atene di Raffaello il libro raffigurato tra le mani del «divino» Platone sia proprio il Timeo. ” (tratto da Treccani.it)

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