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eBook di filosofia: M. Iaquinta, Dal pessimismo al nichilismo: genealogia del problema fondamentale nel pensiero di Friedrich Nietsche

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Massimo Iaquinta, Dal pessimismo al nichilismo: genealogia del problema fondamentale nel pensiero di Friedrich Nietsche

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Trieste (2014)

“La prima parte della tesi pone l’attenzione su un aspetto spesso trascurato nelle interpretazioni della filosofia di Nietzsche, ossia la centralità nel suo pensiero del tema del pessimismo; egli infatti si confronta con la filosofia pessimistica di Schopenhauer e dei suoi seguaci che occupa la scena filosofico-culturale nella Germania della seconda metà dell’Ottocento. All’interno di questo confronto, Nietzsche conduce una critica serata verso i fondamenti del pessimismo schopenhaueriano e hartmanniano in particolare sotto il profilo eudemonologico e morale. Ho messo in evidenza come pur essendo l’incontro con la filosofia di Schopenhauer fondamentale per Nietzsche, egli tuttavia sin dall’inizio tende a un sempre più marcato distacco dal filosofo di Danzica per cercare di raggiungere una completa autonomia e realizzare una propria originalità di pensiero. Questo distacco avviene attraverso tappe fondamentali che corrispondono alle opere nietzscheane più importanti. Ho mostrato che lo scritto d’esordio Die Geburt der Tragödie è ancora pienamente inserito nell’orizzonte della metafisica schopenhaueriana, intriso del suo pessimismo, nonché del romanticismo wagneriano; analizzando quindi approfonditamente il testo dell’opera ho evidenziato che i temi e il linguaggio presenti non possono che portare a caratterizzarla nel suo complesso come romantica, sebbene essa contenga anche spunti che invece preludono agli sviluppi successivi della speculazione matura di Nietzsche. Solo con l’opera Also sprach Zarathustra Nietzsche realizza il superamento di queste posizioni iniziali, cioè l’impostazione metafisica essenzialmente riconducibile a quella schopenhaueriana e il romanticismo latente, dando quindi corpo a una forma originale di pessimismo denominato “dionisiaco”. Questo mette in essere una serie di risposte alternative a quelle della filosofia schopenhaueriana e dell’estetica wagneriana. Per comprendere meglio la particolarità del pessimismo dionisiaco ho analizzato le influenze che ricorrono nell’interpretazione della grecità di Nietzsche e che risultano essere il terreno fertile sul quale è cresciuto, appunto, il concetto di dionisiaco. Come per altri temi ho mostrato che Nietzsche si confronta con le posizioni del Neoclassicismo di Weimar, principalmente con Goethe e Schiller, con quelle del Romanticismo di Novalis e dei fratelli Schlegel, ma anche con autori non riconducibili a una determinata corrente come Pascal, Hamann, Herder, Hölderlin e Burckhardt. Il tema del limite applicato alla conoscenza porta in primo piano il pessimismo gnoseologico che è solo il punto di partenza per l’analisi nietzscheana che passa per lo smascheramento delle istanze metafisiche contenute nelle forme concettuali e linguistiche che vorrebbero dar ragione del divenire, e arriva alla completa destrutturazione delle stesse; da questa consegue, infine, la teorizzazione strumentale del prospettivismo nietzscheano. Ho altresì cercato di mostrare come il confronto con il pessimismo sia essenziale all’interno dell’economia del pensiero di Nietzsche, in quanto solo in seguito alla sua risoluzione egli arriva alla comprensione del problema fondamentale: il nichilismo. La seconda parte della tesi, quindi, mette in evidenza come Nietzsche, realizzato il pessimismo dionisiaco, inizi a occuparsi direttamente del problema che è alla base di ogni visione pessimistica, cioè quello dell’insensatezza dell’esistenza. Del nichilismo propongo una lettura che rispetta l’impostazione che lo stesso Nietzsche assegna al problema; il nichilismo, infatti, non è riconducibile nell’orizzonte ontoteologico e neppure esistenziale, bensì esso trova la sua ragione come problema assiologico-culturale. Il nichilismo, infatti, è il prodotto di una cultura storicamente determinata che consegue, a sua volta, da una precisa interpretazione morale, quella platonico-cristiana. Anzi, il nichilismo è il risultato ultimo proprio di tale morale storica che trae le sue estreme conseguenze . La morte di Dio rappresenta l’apice di questo nichilismo che è stato presagito da Pascal; il pensatore francese, infatti, intuisce le conseguenze tragiche sul piano esistenziale delle scoperte scientifiche del suo tempo che dissolvono l’ordine cosmologico medievale e conseguentemente anche quello morale. Egli è un “anticipatore” del problema del nichilismo, ma anche vittima del risvolto psicologico dello stesso che lo spinge tra le braccia mortali del cristianesimo. La filosofia tedesca, invece, con in testa Kant e l’Idealismo, mette in atto un lotta estrema per contrastare l’avvento del nichilismo. Questa lotta non poteva, però, che avere come risultato di acuire il problema stesso. Per questo i filosofi tedeschi sono, secondo Nietzsche, solo dei “ritardatori” di quella corsa verso il nulla che è inscritta nel destino storico dell’Europa. Nietzsche, invece, ritiene che la cosa migliore da fare sia favorire un’accelerazione del processo di dissolvimento per arrivare a superare definitivamente l’interpretazione platonico-cristiana e aprire l’orizzonte a nuove possibilità di senso e di pensiero totalmente sconosciute. É necessario comunque mantenersi su quella “giusta via” tracciata da primo Illuminismo che significa rimanere fedeli agli esiti estremi che risultano dall’educazione morale alla verità. Essi sono primariamente: l’antiumanesimo e l’ateismo.”

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eBook di filosofia: F. Campana, La filosofia hegeliana della letteratura

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Francesco Campana, La filosofia hegeliana della letteratura

Tesi di dottorato discussa presso l’Università di Padova (2016)

“’L’oggetto del presente lavoro è la filosofia hegeliana della letteratura e l’obiettivo che ci si prefigge è quello di interpretare la concreta produzione letteraria contemporanea, attraverso i concetti della ‘filosofia della letteratura’ del pensatore tedesco.
Si intendono dimostrare due tesi:
1. La letteratura non va incontro alla ‘fine dell’arte’ nello stesso modo in cui accade per le altre arti. La forma d’arte letteraria sembra infatti avere, in sé, gli elementi capaci di resistere a un mutamento irreversibile del proprio status. La letteratura, tra le arti, sembra l’arte che più resiste agli stravolgimenti, perché ha in sé, forse da sempre, i germi della sua ‘fine’.
2. Nella produzione letteraria contemporanea, è possibile vedere realizzate alcune delle tendenze che rispondono ai caratteri dell’opera d’arte letteraria, così come veniva teorizzata da Hegel, nell’interpretazione che verrà qui proposta della sua ‘filosofia della letteratura’.
La prima parte dell’elaborato è dedicata alla discussione della letteratura critica sulla filosofia hegeliana dell’arte e sulla filosofia hegeliana della letteratura. Viene affrontato il problema dell’’attualizzazione’ nella contemporaneità di una filosofia del come quella di Hegel. Si cercano di individuare le modalità, i limiti e le potenzialità di una interpretazione del presente attraverso il pensiero hegeliano. La questione dell’attualità è strettamente legata a quella della modernità e della contemporaneità. Si approfondisce quindi il concetto di modernità, come è stato inteso da Hegel. Hegel, infatti, ha fornito gran parte della cornice concettuale all’interno della quale noi pensiamo il moderno.
La seconda parte dell’elaborato è dedicata all’analisi della ‘filosofia della letteratura’ di Hegel. Si analizzano, in primo luogo, le caratteristiche che il pensiero sulla letteratura ha in Hegel. La ‘filosofia della letteratura’ hegeliana è una filosofia costituita da una dimensione teorica, critica e storica. Si passa poi a individuare il ruolo dell’arte nel sistema hegeliano in generale e della letteratura in quello hegeliano delle arti. L’arte è la prima forma del sapere assoluto e occupa una posizione intermedia tra sensazione e pensiero. La letteratura, la ‘poesia’, in termini hegeliani è l’arte che più esprime, rispetto alle altre arti, il concetto di arte (aspetto normativo della letteratura) e, allo stesso tempo, per la sua posizione di confine e di vicinanza alle altre forme dello spirito assoluto, la migliore candidata a sperimentare la fine (aspetto eccedente). La poesia, infatti, utilizza la parola come suo mezzo espressivo. Questo la colloca in una posizione di stretta vicinanza con il quotidiano, la vita di tutti i giorni, da una parte, e le altre forme dello spirito assoluto, la religione e, soprattutto, la filosofia. La ‘poesia’ si trova così stretta tra la ‘prosa del mondo’ o ‘prosa del quotidiano’ e la ‘prosa della scienza’ o ‘prosa del pensiero’. Questi tre elementi, costituiranno la traccia per il modello di interpretazione della produzione letteraria contemporanea, presente nella terza parte. Ci si chiede quindi se la filosofia della letteratura hegeliana sia una teoria antiessenzialista e si indaga la possibilità di rinvenire, in Hegel, una teoria del romanzo. Si analizzano, infine, alcuni elementi e caratteri che caratterizzano l’arte nella modernità, per Hegel, in stretta relazione con la letteratura (umano; comico, ironico, umoristico; quotidiano).
Nella terza parte viene proposta un’interpretazione ‘hegeliana’ della produzione letteraria contemporanea. Ci si sofferma sul dibattito riguardante la ‘fine’ della
letteratura. Sulla base del modello tratto dalla ‘filosofia hegeliana della letteratura’, si individuano tre poli: la ‘poesia’, che è la letteratura in quanto arte; la ‘prosa del pensiero’, che è la tendenza della poesia a superare se stessa, attuando processi riflessivi e cerebrali; la ‘prosa del quotidiano’, che è invece la tendenza a far entrare il mondo reale nella ‘poesia’. A partire dalle analisi di critica letteraria degli ultimi anni, si individua quindi la ‘prosa del pensiero’ nella cosiddetta letteratura postmoderna ‘massimalista’ (Pynchon, Wallace, Bolaño); la ‘prosa del quotidiano’ nella cosidetta letteratura di ‘non-fiction’ (Capote, Carrére, Saviano). Poiché i poli delle due ‘prose’ non sono categorie rigide, ma campi di tensione entro cui vive la molteplicità concreta e complessa della letteratura, si individuano casi a metà strada che condividono elementi tratti dalle due tendenze (Franzen, Smith).
In conclusione si evidenzia come questa struttura ‘prosa del quotidiano’- ‘poesia’-’prosa del pensiero’ costituisca, da una parte, il fatto che la poesia abbia in se stessa, come costitutivi, gli elementi della ‘fine’, dall’altra, il fatto che, proprio perché questa presenza è costitutiva, essa funge da resistenza contro una sua ‘fine’ irreversibile (inteso come mutamento strutturale del suo status).”

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eBook di filosofia: G. De Michele, Gilles Deleuze: “Sur Foucault — 1985-1986”

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Girolamo De Michele, Gilles Deleuze: “Sur Foucault –€“ 1985-1986”

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2016)

“Alla morte di Michel Foucault nel 1984, Gilles Deleuze intraprese un’attività di lettura dell’intero corpus dei suoi scritti, allo scopo di scrivere un libro. Il corso che Deleuze tenne nel 1985-1986 all’Università di Paris-VIII rappresenta una sorta di laboratorio nel quale Deleuze ha messo alla prova i propri concetti in via di sviluppo. Il libro che Deleuze scrisse al termine del corso, tuttavia, compresse in poche pagine le riflessioni sviluppate durante il corso, e risultò di difficile comprensione, o talmente personale da essere definito “una fiction metafisica”.
La pubblicazione delle registrazioni del corso (2011) permise una maggiore comprensione dell’interpretazione deleuzeana del pensiero di Foucault: è sorprendente vedere come Deleuze, che non poteva conoscere i corsi al Collège de France, avesse maturato un’intepretazione molto accurata del pensiero di Foucault.
L’ipotesi di lavoro di questa edizione critica del testo del corso di Deleuze del 1985-1985, pubblicato on line fra la primavera del 2013 e l’estate 2015, era che l’accurata interpretazione di Deleuze fosse motivata dalla conoscenza di alcuni testi in seguito raccolti nei Dits et écrits, e che i discorsi e le conferenze di Foucault avessero un’intima coerenza con i contenuti dei corsi al Collège, e costituissero una sorta di cannocchiale attraverso il quale leggere gli stessi Corsi. La conclusione del lavoro di tesi ha confermato questa ipotesi.
Deleuze, nel corso delle sue lezioni, interpreta l’intero sistema di pensiero di Foucault suddividendolo in tre assi: quello del sapere, quello del potere, e quello della soggettivazione. I primi due assi sviluppano e approfondiscono interpretazioni già note, che lo stesso Foucault conosceva. Il terzo asse è quello più rilevante, perché nel corso delle lezioni Deleuze rinuncia ad interpretarlo in base alla centrale nozione di desiderio, e coglie con esattezza le dinamiche dei processi di soggettivazione che Foucault aveva studiato attraverso la confessione cristiana, e poi attraverso il “coraggio della verità” e la nozione di parrhesia negli stoici e nei cinici.
Accanto al concetto di soggettivazione, altri concetti meritano di essere segnalati.
Mostrando la stretta relazione fra Foucault e Blanchot, e fra Foucault e Bichat, Deleuze mostra un’opposizione fra Foucault ed Heidegger che è confermata da alcuni appunti dell’ultimo corso di Foucault. In secondo luogo, per interpretare il concetto di soggettivazione Deleuze produce un nuovo concetto, quello di “piega”, che utilizzerà in seguito per il libro su Leibnitz. Infine, il concetto di “società del controllo”, che sembrava un’interpretazione arbitraria di Deleuze, appare dalle lezioni il prodotto di un pensiero originale, ma coerente con la teoria foucaultiana della biopolitica.
In definitiva, l’intero seminario di Deleuze appare essere un’originale, ma fedele, interpretazione del pensiero dell’amico.”

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eBook di filosofia: N. Tosel, La giurisprudenza come avvenire della filosofia. Il ruolo del diritto nel pensiero di Gilles Deleuze

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Natascia Tosel, La giurisprudenza come avvenire della filosofia. Il ruolo del diritto nel pensiero di Gilles Deleuze

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2017)

“La tesi si propone di analizzare il concetto di giurisprudenza all’interno del pensiero di Gilles Deleuze. Nonostante quest’ultimo non abbia dedicato molto spazio alla nozione sopracitata, le riflessioni che ci ha lasciato al riguardo fanno emergere tutta una costellazione di concetti (quali quello di legge, di istituzione, di caso, di singolarità) che ruotano intorno alla giurisprudenza e che permettono di ricostruirne il ruolo eminentemente politico che Deleuze le assegnava. Secondo l’autore di Differenza e ripetizione, infatti, la giurisprudenza va intesa come una pratica di invenzione del diritto, capace di rispettare i casi concreti e di far emergere la singolarità di una vita (secondo l’espressione che Deleuze utilizza nel suo ultimo testo, ossia Immanenza: una vita..). Il diritto viene qui concepito come la creazione di nuove relazioni, di nuovi rapporti di forza e di nuove istituzioni, che, però, provengono dalla potenza inventiva ed eccedente della vita, piuttosto che dalle mani dei governi. Creare diritto significa, dunque, per Deleuze, lottare per la vita e opporsi tanto al potere quanto alle differenti immagini della legge che quest’ultimo ci impone: la giurisprudenza si occupa di inventare un nuovo popolo e una nuova Terra, nel tentativo di dare avvio a nuovi processi di soggettivazione che sfuggano alle strategie di controllo messe in atto dal capitalismo. Alla luce di tale compito politico, la giurisprudenza potrebbe porsi, dunque, come l’avvenire della filosofia: con ciò non si intende dire che quest’ultima verrà soppiantata dalla pratica del diritto, ma piuttosto che la capacità di creare concetti propria della filosofia può cooperare con la potenza inventiva della giurisprudenza, al fine di rendere il diritto una macchina da guerra efficace per una vita e in grado di aprire nuove possibili forme di fare-comune.”

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eBook di filosofia: M. Settura, Noema und Sinn. Logica del senso e filosofia trascendentale in Edmund Husserl. Con un’appendice su Gilles Deleuze lettore di Husserl.

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Matteo Settura, Noema und Sinn. Logica del senso e filosofia trascendentale in Edmund Husserl. Con un’appendice su Gilles Deleuze lettore di Husserl.

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (Ciclo 29, 2017)

“La tesi consiste in una ricostruzione storico-teoretica dello sviluppo del concetto di senso in Edmund Husserl, con l’obiettivo di farne emergere la centralità per la definizione dell’idea di filosofia trascendentale. Si assume come filo conduttore l’interpretazione di Gilles Deleuze il quale, in Logique du sens, definisce la «scoperta del senso» come caratteristica distintiva della filosofia trascendentale. A partire da questa chiave di lettura, l’originalità del lavoro si configura nei termini di una presa di distanza dalla «detrascentalizzazione» (English) della fenomenologia proposta da numerosi allievi ed interpreti di Husserl. La ricerca mira quindi alla riaffermazione del carattere necessariamente trascendentale del pensiero di Husserl e individua nel concetto di senso il punto archimedico su cui poggia tale necessità. Il lavoro ripercorre lo sviluppo di questo concetto a partire dalla V Ricerca Logica per arrivare ad Ideen I (1913). Lungo questo percorso è possibile rintracciare, sulla base di circostanziate analisi testuali, l’intrinseca connessione tra la progressiva autonomizzazione della sfera del senso e la “svolta” trascendentale operata da Husserl (databile tra il 1907 ed il 1908), che apre alla definizione della struttura della coscienza in termini di correlazione noetico-noematica. Il concetto di senso esprime il tentativo di pensare il carattere “proteiforme” del «Logos» fenomenologico (Ms. B III 12 VIII), come dimensione irriducibile tanto al versante puramente logico-semantico della Bedeutung, quanto alla dimensione della Wahrnehmung ordinaria. Nel primo capitolo, viene dunque tracciata una genealogia del concetto fenomenologico di senso, mostrando come esso sorga da una fusione tra un modo intenzionalista (Brentano, Twardowski) e un modo non-intenzionalista (Bolzano, Frege) di pensare la struttura del discorso (Rede), organizzato secondo la tripartizione Vorstellung, Sinn, Gegenstand. In questo contesto, il concetto di senso mostra la sua intrinseca connessione con la definizione stessa dell’intenzionalità fenomenologica, nella misura in cui permette ad Husserl di contrapporsi tanto al rischio di una ipostatizzazione del significato, quanto a quello, opposto e complementare, di una riduzione del significato ad immagine, raffigurazione o copia psichico-coscienziale dell’oggetto. Nel secondo capitolo, viene messa in luce la “crisi metodologica” che seguì alla pubblicazione delle LU, la quale determinò una profonda ristrutturazione del concetto di datità fenomenologia e di datità immanente. Questa crisi si connette a sua volta, da un lato, ad una rinnovata problematizzazione del compito gnoseologico della fenomenologica, dall’altro, ai risultati delle analisi sulle presentificazioni intuitive (fantasia, rimemorazione) e sulla coscienzainterna del tempo del 1904/05. Questi risultati spinsero Husserl a rivedere la concezione ancora fondamentalmente psicologico-descrittiva ed empirico-scientifica dell’evidenza del dato fenomenologico e lo obbligarono quindi a superare la definizione della fenomenologia come «psicologia descrittiva», ancora valida nelle LU. Nel terzo capitolo, si mostra come l’insoddisfazione rispetto all’incompletezza della Erkenntniskritik condotta nelle LU porti Husserl a porre in termini radicali il problema del Triftigkeitsanspruch conoscitivo e ad un conseguente allargamento dell’indagine fenomenologica dalla dimensione ancora prevalentemente logico-verificazionista delle LU alla dimensione propriamente gnoseologica di una teoria differenziata delle molteplici modalità della coscienza intenzionale. In questo contesto si verifica un corrispettivo riassestamento della definizione stessa della fenomenologia, con l’introduzione dell’oggetto intenzionale (il senso come Gegenstand “als solcher” distinto dal Gegenstand schlechthin) nell’ambito dell’immanenza fenomenologica (WS 1906/07) e una conseguente ridefinizione di tale immanenza non più nei termini di una immanenza reell-coscienziale, ma di una immanenza intenzionale-trascendentale. Nel quarto capitolo, dedicato al concetto di noema e di correlazione noetico-noematica in Ideen, si ripercorre lo sviluppo della III e IV Sezione di Ideen I con l’obiettivo di mettere in luce la centralità del concetto di noema per la comprensione trascendentale della fenomenologia. Si procede inoltre ad una disamina delle principali interpretazioni di questo concetto, orientate, da un lato alla sua comprensione in termini puramente logico-analitici (Føllesdal, Smith, Mc Intyre), dal lato opposto alla sua riconduzione alla sfera percettivo-fenomenalista (Gurwitsch, Dreyfus). Su questa linea, l’appendice, su Gilles Deleuze lettore di Husserl, accenna al passaggio di Husserl al metodo della fenomenologia genetica (databile intorno al 1917/18) che viene interrogato dal punto di vista della funzione del concetto di senso oggettuale nella ricostruzione della genesi della predicazione e della costituzione delle oggettualità percettive e categoriali. La retrocessione husserliana dalla dimensione logico-formale alla dimensione geneticotrascendentale incrocia la critica di Deleuze a Kant, incentrata sulla necessità di non ricalcare le strutture trascendentali, da un lato, sulle strutture empirico-ordinarie dell’esperienza, dall’altro, sulle strutture logico-formali del giudizio predicativo.”

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eBook di filosofia: C. Cimmarusti, Dalla relazione. Il desiderio e la legge. Uno studio su Alexandre Kojève

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Claudia Cimmarusti, Dalla relazione. Il desiderio e la legge. Uno studio su Alexandre Kojève

Tesi di dottorato discussa presso l’Università Cattolica di Milano (a.a. 2015/2016)

“Questo studio intende sondare la potenzialità speculativa di una filosofia squisitamente kojèviana che nasca dalla relazione originaria e originante tra il Desiderio e la Legge. Il privilegio ermeneutico accordato a questo plesso per un’indagine monografica dell’opera di Kojève si deve all’intuizione di un’unità fondamentale del suo pensiero. Si tratta di iniziare una ricerca sulla relazione analizzata alla luce della nuova ontologia che Kojève cercava di pensare. Noi sappiamo che Kojève è passato alla storia come l’«interprete di Hegel», come il doctor subtilis dei leggendari Seminari sulla Fenomenologia dello Spirito. L’Introduction à la lecture de Hegel è stato il Libro-Evento che ha lasciato il segno nel clima della Parigi del bagliore intellettuale degli anni Trenta e dei suoi insigni protagonisti, ma non fu che la punta dell’iceberg della produzione scientifica del nostro autore. La ricostruzione dell’opera omnia di Kojève, pertanto, è stata la base a partire dalla quale è divenuto possibile questo lavoro. A partire dagli scritti giovanili viene svelata la matrice scientifica e, allo stesso tempo, speculativa della riflessione kojèviana mediante la rilettura del Journal d’un philosophe (1920-1923) e dell’Idée du déterminisme dans la physique classique et dans la physique moderne (1932). La domanda sottesa, formulata in parte dallo stesso Kojève, è la seguente : è possibile associare la rivoluzione quantistica in fisica alla rivoluzione freudiana considerando che la determinazione relativa della realtà fisica implica e presuppone l’esistenza dell’inconscio psichico ? Le osservazioni preliminari sulla scienza sono state funzionali a fornire una risposta affermativa a tale questione e a presentare la genealogia della tesi principale di questo lavoro : il soggetto kojèviano non è solamente, à la Butler, un soggetto di desiderio ; ma, piuttosto, un soggetto di desiderio e legge.”

 

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eBook di filosofia: A. Giacomelli, Simbolica per tutti e per nessuno. Linguaggio e figurazione in “Così parlò Zarathustra”

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Alberto Giacomelli, Simbolica per tutti e per nessuno. Linguaggio e figurazione in “Così parlò Zarathustra”

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2012)

“I personaggi simbolici (Sinn-bilder) di Also sprach Zarathustra sono immagini sensibili, maschere sotto le quali si celano figure che vanno dallo spirito libero al melanconico, dallo scienziato positivista al genio artistico, dal socialista al libertino. Si tratta da un lato di archetipi simbolici senza tempo, di simboli eterni che costituiscono il basso continuo dell’antropologia filosofica, dall’altro di configurazioni dell’umano che rappresentano lo specchio di malattie tipicamente moderne, quali il venir meno di riferimenti assoluti (Sinnlosigkeit) e di fondamenti (Grundlosigkeit), che si articolano nelle molteplici sfaccettature del nichilismo. Alla modalità simbolica della personificazione s’intreccia nell’opera l’utilizzo, altrettanto simbolico e mutuato dalle favole e dai bestiari medievali, degli animali (Tier-bilder, Tier-gestalten) e delle cose, che si configurano come geroglifici, mezzi simbolici, che per lo più sfuggono ad un’interpretazione univoca e ad una decodificazione esaustiva, di cui Nietzsche-Zarathustra si serve per veicolare tutto il suo pensiero critico, tutta la propria filosofia.
La presente dissertazione propone dunque esegesi simbolica dell’opera più controversa del pensiero nietzscheano. Nel primo capitolo si è tentato di mettere in luce l’innovativo e peculiare rapporto tra contenuto e forma che caratterizza il linguaggio e lo stile scritturale dello Zarathustra, in cui attraverso il simbolo, l’allegoria, la metafora e l’enigma si esprime quell’intreccio filosoficamente essenziale non solo per l’estetica, ma per la filosofia in senso lato, tra filosofia e poesia, riflessione e ispirazione, volontà di verità e amore per la maschera.
Nel secondo capitolo viene proposta un’esegesi del Prologo, che si configura come sfida allegorica volta a selezionare il lettore degno di essere iniziato ai misteri dell’opera. Senza mai prescindere dall’ inevitabile quanto costante riferimento ai capitoli che costituiscono i primi tre libri dell’opera, si proporranno in una prima sezione alcune riflessioni sul rapporto intrattenuto tra Also sprach Zarathustra e Die fröliche Wissenschaft, nonché sul problema del tramonto della soggettività e della dialettica della maschera. In una seconda sezione verranno prese in considerazione le costellazioni metaforiche legate al simbolo del Sole e alla nozione di «virtù che dona», infine in una terza sezione si tenterà di delineare la controversa dottrina dell’Übermensch e di completare l’analisi simbolica del Prologo.
Nel terzo capitolo è stata presa in considerazione una serie di immagini essenziali contenute nei primi tre libri dell’opera: oltre ai temi celebri – e forse persino inflazionati – dell’ Übermensch e dell’eterno ritorno, a costituire un occulto elemento unificante sono i riferimenti alle Stimmungen della malinconia e ai simboli del cosiddetto «spirito di gravità» (der Geist der Schwere – Schwermut). Questo rapporto tra Zarathustra e la rimuginante divinità saturnina consentirà, oltre ad una serie di riflessioni su una questione da sempre teoreticamente centrale quale quella del tempo, una riflessione sulla critica alla massificazione metropolitana e all’emblematico luogo della città.
La seconda e ultima sezione di questo capitolo prevede infine un’analisi puntuale dei cosiddetti «uomini superiori» («l’indovino», «i due re», «il coscienzioso dello spirito», «il mago», «l’ultimo papa», «l’uomo più brutto», «il mendicante volontario», «l’ombra») descritti nel quarto libro dell’opera.
Dall’esigenza di una disamina dei tipi umani (Charaktertypen), e degli esperimenti esistenziali che costituiscono quel volto insieme inquietante ed iridescente dell’epoca coeva ed immediatamente successiva alla vita di Nietzsche, nonché dall’auspicio di far emergere il colorito e folto consesso di paradigmi antropici e tipologie caratterologiche che abita l’opera nella sua dinamica vitalità, nasce quindi la sfida di un’indagine sulla simbolica dello Zarathustra, ossia di un’opera che vuol farsi per il lettore vera e propria esperienza di vita”

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eBook di filosofia: S. Aurora, Filosofia e scienze nel primo Husserl. Per una interpretazione strutturalista delle Ricerche logiche

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Simone Aurora, Filosofia e scienze nel primo Husserl. Per una interpretazione strutturalista delle Ricerche logiche

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2015)

“La dissertazione si prefigge un duplice scopo. Dal punto di vista storico-filosofico, essa intende ricostruire, nella prima parte, la genesi della fenomenologia husserliana, dagli anni della formazione scientifica e filosofica del giovane Husserl sino alla pubblicazione delle Ricerche logiche, dando particolare rilievo alle trasformazioni che coinvolgono la matematica e la psicologia negli ultimi tre decenni del XIX secolo. Da un punto di vista teoretico, invece, essa intende dimostrare come la filosofia del primo Husserl – di cui le Ricerche logiche, testo al quale è dedicata tutta la seconda parte, costituiscono senza dubbio l’esito più importante – risulti pienamente solidale a quella rottura epistemologica che avviene a cavallo tra Otto e Novecento e che consiste nell’emergenza, in vari ambiti disciplinari, di un paradigma scientifico di tipo strutturale.”

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eBook di filosofia: B. Santini, Soggetto e fondamento in Hölderlin. Tra filosofia trascendentale e pensiero speculativo

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Barbara Santini, Soggetto e fondamento in Hölderlin. Tra filosofia trascendentale e pensiero speculativo

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2010)

“Il tema della dissertazione è la questione del rapporto tra soggetto e fondamento nel pensiero filosofico di Hölderlin tra il 1794 e il 1796. Alla base dell’impegno concettuale per configurare questo rapporto c’è il confronto con la filosofia di Kant, in particolare con la parte estetica della Critica del Giudizio. Da tale confronto nascono per Hölderlin l’esigenza di superare una linea di confine del criticismo e la necessità di accordare con il sistema trascendentale un monismo metafisico. Il tentativo di fare un passo oltre Kant coincide dapprima con una riflessione sulla bellezza e secondariamente con un’indagine sulla coscienza. La teoria dell’autocoscienza diventa la chiave per uscire dal sistema trascendentale e lo spazio di determinazione del rapporto tra soggetto e fondamento. Il risultato a cui Hölderlin perviene con il frammento Urtheil und Seyn è una concezione filosofica che si pone tra filosofia trascendentale e pensiero speculativo e nella quale il ruolo della bellezza viene ridefinito.”

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eBook di filosofia: A. Manchisi, L’idea di bene in Hegel. Una teoria della normatività pratica

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Armando Manchisi, L’idea di bene in Hegel. Una teoria della normatività pratica.

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2017)

“Oggetto del presente lavoro è il capitolo sull’idea del bene nella Logica di Hegel. Alla sua base si collocano tre ipotesi interpretative, fra sé legate:

a) che l’idea del bene riguardi il rapporto fra normatività pratica e realtà;
b) che sia possibile leggerla come una metaetica, ovvero come una riflessione di carattere ontologico, epistemologico e metodologico intorno alla sfera dell’agire libero;
c) che sia in grado di dialogare in modo proficuo con la riflessione metaetica contemporanea.

La tesi si divide in quattro capitoli. Il primo fornisce le coordinate generali per leggere e comprendere l’idea del bene. Obiettivo di queste pagine è soprattutto mostrare la rilevanza dell’analisi hegeliana per una teoria della normatività pratica.
A partire da ciò, il lavoro si confronta con quelle che possono essere considerate le tre coordinate fondamentali della normatività, ossia: oggettività (nel capitolo 2), realtà (nel capitolo 3), e verità (nel capitolo 4).
Il secondo capitolo si concentra sulla definizione hegeliana dell’idea del bene come autodeterminazione. Al centro di queste pagine si colloca il confronto fra il testo di Hegel e il modello metaetico costruttivista di matrice kantiana (Korsgaard).
Il terzo capitolo analizza la definizione dell’idea del bene come realizzazione, sviluppando un confronto con la posizione etica del proiettivismo (Mackie).
Il punto di arrivo di entrambe queste analisi è la critica all’antirealismo etico, ossia alla concezione che intende la realtà come priva di portata morale e che relega quindi la sfera dei valori e dei doveri entro i confini della soggettività.
Il quarto capitolo, infine, prende in considerazione l’idea del bene sotto una duplice prospettiva: da una parte, in rapporto all’idea del vero, dall’altra, nel suo passaggio all’idea assoluta. Questa analisi fa riferimento soprattutto al dibattito etico sul non-cognitivismo. L’affermazione di Hegel secondo la quale l’idea pratica può compiersi solo se integra quella teoretica consente di leggere in modo originale il rapporto fra conoscenza e volontà e, più in generale, fra normatività e realtà.”

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