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eBook di filosofia: G. Campoccia, Su Nietzsche e Bloch: nichilismo e autocotradditorietà della secolarizzazione

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Giuseppe Campoccia, Su Nietzsche e Bloch: nichilismo e autocotradditorietà della secolarizzazione

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Milano, a.a. 2011; tutor: R. Fabbrichesi, P. D’Alessandro ; coordinatore: R. Pettoello

“L’ipotesi di questa ricerca è che l’autocontraddittorietà costituisca l’anello (o il circolo) che congiunge nichilismo e secolarizzazione, e che essa sia altresì il filo conduttore con il quale interpretare, in primo luogo, la questione del nichilismo in Nietzsche e, in secondo luogo, il fenomeno della secolarizzazione della religione occidentale, intorno al quale si sviluppa una parte importante della riflessione di Nietzsche e Bloch. A partire dalla riflessione di Bloch sulla secolarizzazione tenterò inoltre di trattare la questione del nichilismo nell’opera di quest’ultimo.
Cercherò di mostrare come per la sua struttura autocontraddittoria la
secolarizzazione della religione occidentale (e il discorso stesso che la pronuncia) sia congiunta con la tesi principale del nichilismo e possa essere intesa come suo svolgimento. Una parte importante della riflessione di Bloch viene così riletta a partire dalla ripresa della tesi nietzschiana dell’autodissoluzione del cristianesimo in Ateismo nel cristianesimo (1968), vale a dire come coerente svolgimento filosofico della tesi dell’autocontraddizione della religione occidentale intesa come principio della secolarizzazione. Questo legame dovrebbe giustificare una ricerca sulle conseguenze teoriche di una ripresa da parte di Bloch della tesi dell’autocontraddittorietà del cristianesimo nel mezzo del nichilismo e offrire l’occasione per trattare la questione del nichilismo e della sua logica su questa base.”

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eBook di filosofia: D. Brugnaro, Judging. Origini e articolazioni dell’indagine sul giudizio di Hannah Arendt

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Davide Brugnaro, Judging. Origini e articolazioni dell’indagine sul giudizio di Hannah Arendt

Tesi di dottorato discussa presso l’Università degli Studi di Padova (2018)

“La ricerca riguarda la questione del giudizio in Hannah Arendt, la parte incompiuta e uno degli aspetti più controversi della sua opera. L’intento è quindi duplice, ricostruttivo e interpretativo. Il lavoro si compone di tre sezioni. La prima si rivolge soprattutto agli anni Cinquanta della produzione arendtiana. In quel periodo, infatti, Arendt appronta la cornice concettuale del suo successivo itinerario intellettuale, al punto che la riflessione sul giudizio può essere considerata come l’ultima espressione del tentativo di pensare la relazione fra l’uomo posto al singolare e l’uomo posto al plurale. All’interpretazione fortemente critica di Platone, Arendt contrappone la positività della figura di Socrate, al fine delineare un diverso modo di concepire e praticare la filosofia rispetto a quello divenuto egemone nella tradizione della filosofia occidentale e, di conseguenza, una possibile conciliazione fra modo di vita filosofico e politico. Il secondo capitolo si propone di mostrare la legittimità della distinzione fra giudizio politico, storico e morale, al fine di comprendere la complessità di significati e funzioni che Arendt andava attribuendo alla facoltà del giudizio. Il capitolo prende in esame la dimensione prettamente politica del giudicare. La chiave utilizzata per approcciare la multiforme facoltà giudicativa è quella della figura dello spettatore, la quale rappresenta l’uomo colto nell’esercizio della sua facoltà di giudicare. Se si danno diverse modalità di giudizio, a seconda degli ambiti dell’umana esperienza coinvolti, vi saranno anche diverse tipologie di spettatorialità. Questa parte del lavoro si confronta con l’interpretazione politica che Arendt offre della terza Critica kantiana. Uno degli intenti perseguiti è quello di mostrare l’insostenibilità della lettura che ha visto in Arendt la presenza di due diverse teorie del giudizio (una che lo considera facoltà relativa alla vita politica e un’altra come componente della vita mentale). Pur riconoscendo differenze e oscillazioni, si è cercato di evidenziare la fondamentale e simbiotica relazione esistente fra l’attore e lo spettatore, nonché una certa unità di fondo nel percorso arendtiano, che non si è mai tradotto in una depoliticizzazione della facoltà di giudicare. L’ultima parte del lavoro prende in considerazione l’aspetto morale del pensiero arendtiano, cercando di evidenziare che cosa significhi giudicare moralmente. Si sono esaminate le questioni relative al male, alla dualità insita nel pensiero e ai suoi effetti etico-politici, all’insegnamento morale socratico e allo spettatore interiore, nonché ai complessi e problematici rapporti che Arendt tratteggia fra il dominio dell’etica e quello della politica. Considerato l’accento che Arendt pone, nella sua interpretazione del giudizio morale, sul giudicare a partire da sé, ossia sull’autonomia in esso implicata, ci si chiede, in sede di conclusione, in che termini sia legittimo parlare di un momento singolare, oltre che plurale, nell’attività giudicativa, avanzando infine la proposta di riconsiderare, nella questione del giudizio, accanto alla categoria della pluralità, anche la dimensione della singolarità.”

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eBook di filosofia: F. Trentani, La realizzazione dei fini della ragione pratica. L’ultima fase delle riflessioni di Kant sulla morale

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Federica Trentani, La realizzazione dei fini della ragione pratica. L’ultima fase delle riflessioni di Kant sulla morale

Tesi di dottorato discussa presso l’Università di Padova (2012)

“Il mio lavoro concerne la Metafisica dei costumi e la filosofia pratica kantiana degli anni ’90; la mia interpretazione sottolinea che i temi-chiave dell’ultima fase del pensiero morale di Kant riguardano la realizzazione della morale nella sfera mondana e gli aspetti concreti dell’esperienza morale. Il primo capitolo analizza gli elementi teleologici dell’etica nella Tugendlehre con l’obiettivo di riconnettere quest’opera alle Grundlegungsschriften; a questo riguardo intendo sostenere che in relazione al problema della Bestimmung des Menschen la prospettiva kantiana può essere intesa come una teoria dello sviluppo umano. Il secondo capitolo mostra che la filosofia pratica di Kant può costituire un importante punto di riferimento per il dibattito contemporaneo sul tema dello sviluppo umano; per giustificare questa linea interpretativa, intendo esaminare la prospettiva di Amartya Sen, la quale costituisce l’esempio più rilevante della riflessione contemporanea su questa tematica. Il terzo capitolo, dedicato al ruolo della praktische Urteilskraft nella mediazione tra la ragione pura pratica e la prassi concreta della virtù, cerca di mettere a fuoco la relazione che intercorre tra il Giudizio pratico, la formulazione delle massime, l’immaginazione e la reflektierende Urteilskraft. Il quarto capitolo analizza le riflessioni kantiane sull’educazione sottolineando che Kant considera anche gli aspetti contestuali che influiscono sulla realizzazione della sfera dell’umano; sulla base della centralità  dei risvolti intersoggettivi della formazione individuale è possibile evidenziare che secondo Kant lo sviluppo di ciascun essere umano è sempre connesso al contesto complessivo della comunità  in cui vive.”

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eBook di filosofia: G. Simmel, Il conflitto della civiltà moderna

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George Simmel, Il conflitto della civiltà moderna. Traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi (1871-1941), Torino, F.lli Bocca, 1925

“La presenza di conflitto è una condizione normale, anche se problematica, della vita sociale. Secondo G. Simmel, il conflitto è una forma fondamentale di interazione sociale, che coinvolge necessariamente almeno due parti. Il conflitto ha origine nella stessa relazione originaria Ego-Alter. Di fronte a un altro essere umano ci troviamo infatti dinanzi al seguente dilemma: l’altro è risorsa o problema? Amico o nemico? Il conflitto non proviene da esperienze esterne alla dinamica in cui si muove la vita sociale, ma si origina dal suo stesso interno.

Il conflitto nasce nel momento in cui una parte tende a considerare le intenzioni o le azioni della parte opposta come un impedimento o una minaccia al conseguimento dei propri obiettivi. Si può dire che il conflitto ha per scopo la soluzione di tensioni divergenti nei vari ambiti della vita sociale. Tali tensioni possono avere una pluralità di cause, sono assai frequenti e si riproducono continuamente. È la loro assenza, e non la loro presenza, che va considerata come una condizione straordinaria: la pluralità degli attori, la contrapposizione degli interessi, i diversi orientamenti culturali e valoriali, i differenziali di potere e di status, l’esistenza di confini di gruppo, sono tutti fattori che possono generare dei conflitti. Su queste basi si originano poi delle lotte – condotte in modi e con strumenti molto diversi – dirette ad acquisire prestigio, potere e risorse, e a neutralizzare, ferire o eliminare il rivale. Da questo punto di vista il c. s. può essere interpretato come un effetto emergente delle relazioni e delle condizioni strutturali nelle quali si svolge la vita sociale. Una volta riconosciuto che il conflitto, così come il potere o la disuguaglianza, è un elemento costitutivo della vita sociale, la questione si sposta sulle sue forme e sulla sua intensità.”

tratto da Conflitto sociale, di Mauro Magatti – Enciclopedia Italiana – VII Appendice (2006) http://www.treccani.it/enciclopedia/conflitto-sociale_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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eBook di filosofia: F. Nietzsche, La Nascita della Tragedia

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Friedrich Nietzsche, La Nascita della Tragedia

“Opera (1872) di Fr. Nietzsche. L’autore, ancora molto dipendente dalle tesi di Schopenhauer, propone un’interpretazione della civiltà e dell’arte greca basata su un’acquisizione intuitiva che, superando l’accertamento storico-filologico, coglie, nella tragedia attica, la simultanea presenza di due impulsi, l’«apollineo» e il «dionisiaco». Il primo identifica il sogno, l’ideale razionale che si appaga nella saggezza e nella «parvenza» (ossia nel fenomeno), e nell’arte plastica; il secondo identifica l’ebbrezza, ossia «l’esaltazione in cui l’elemento soggettivo svanisce in un completo oblio di sé», esprimendosi nel canto e nella danza, ossia nella musica, come avviene agli «invasati da Dioniso» (1). Nei loro gesti «parla l’incantesimo», che una volta squarciato il «velo di Maia» e recuperata, al di sotto dell’illusione del soggetto, la «misteriosa unità originaria», discopre valori ‘simbolici’: «l’unità con l’intima essenza del mondo si rivela in un’immagine di sogno simbolica» (2). Se in Eschilo il coro dionisiaco esprime il dissidio, la duplicità delle «passioni roventi», in Euripide, come in Socrate, si impone invece un modello di razionalità ‘fredda’, che fonda un’estetica in cui «tutto deve essere razionale per essere bello» (12), ponendo una lacerazione in luogo della complementarità fra le due pulsioni fondamentali dell’arte. La musica non è «apparenza», ma «immagine della volontà stessa» (16) e da essa si genera il mito tragico che «parla per simboli della coscienza dionisiaca». Dalla lotta all’impulso dionisiaco sorge la cultura socratica (alessandrina) in cui prevale la serenità dell’uomo teoretico a discapito della cultura artistica (ellenica) e tragica (18) in cui «Dioniso parla la lingua di Apollo, ma alla fine Apollo parla la lingua di Dioniso» (21). Dalla musica e dalla tragedia è possibile innalzarsi alla «metafisica dell’arte» in quanto «solo come fenomeno estetico l’esistenza e il mondo appaiono giustificati» (24). Il sostrato dionisiaco del mondo è il «fondamento di ogni esistenza», ma la coscienza dell’individuo può attingerlo soltanto per trasfigurarlo secondo la pulsione apollinea, «sicché questi due istinti artistici sono costretti a sviluppare le loro forze in stretta proporzione reciproca, secondo la legge dell’eterna giustizia» ”

Tratto da Dizionario di filosofia (2009), Treccani, http://www.treccani.it

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eBook di filosofia: A. A. Bello, L’antropologia fenomenologica di Edith Stein

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Angela Ales Bello, L’antropologia fenomenologica di Edith Stein in Agathos. An International Review of the Humanities and Social Sciences, 2 (2011), n., pp. 23-43

“The complexity of the work of Edith Stein is made by the concatenation of the early Husserlian ideas with themes of ethics, psychology, politics, that are significantly in the present days. In this paper I dwell on the centrality of human being in Steinian phenomenological anthropology, which is emphasized as communion with the others by activating the value of empathy. The problem of inter-subjectivity is very important for the entire philosophy of Stein to understanding the human being within the dynamism of the life-world, in the process of self-thinking and, no less, of thinking the other humans.”

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eBook di filosofia: L. Veinstein, Violence et langage. Une lecture de la «Critique de la violence» de Walter Benjamin

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Léa Veinstein, Violence et langage. Une lecture de la « Critique de la violence » de Walter Benjamin

“Quels liens unissent le droit et la violence ? Peut-il y avoir une violence pure de cette relation au pouvoir ? C’est en 1921 que Walter Benjamin se pose ces questions, et publie « Pour une critique de la violence ». Partant des situations les plus concrètes que lui donne à penser la politique, il emmène son analyse dans le champ du mythe, de la théologie, inaugurant une articulation nouvelle entre le concept de violence et la philosophie du langage. Ce travail se propose d’analyser ce texte ligne à ligne afin d’en rendre la vivacité philosophique, la force politique, et le mystère poétique.”

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eBook di filosofia: J.-C. Goddard e M. Maesschalck (a cura di), Fichte : la philosophie de la maturité

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Jean-Christophe Goddard e Marc Maesschalck (a cura di), Fichte : la philosophie de la maturité (in 3 tomi)

Tome I: Les derniers exposés de la Doctrine de la science

Tome II: Philosophie appliquée

Tomo III: Confrontations et interprétations

“Les trois tomes de « Fichte : la philosophie de la maturité » regroupent les contributions faites en 2002 par les membres du Groupe d’Études Fichtéennes de Langue Française (GEFLF) lors des colloques de Louvain-la-Neuve et d’Aix-en-Provence.Dans le troisième tome ont été rassemblés des textes qui articulent et confrontent la démarche spéculative et phénoménologique du dernier Fichte aux traditions philosophiques contemporaines – l’hégélianisme, le perspectivisme nietzschéen, la phénoménologie husserlienne, le cognitivisme.”

 

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eBook di filosofia: A. M. Nunziante, Il normativo e il naturale. Saggi su Leibniz

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Antonio M. Nunziante, Il normativo e il naturale. Saggi su Leibniz

“Il naturalismo di Leibniz, prima del nostro, ha fatto i conti col problema della normatività. C’è un conflitto di paradigmi che prende forma nel suo pensiero: da una parte, c’è il lessico dell’ontologia aristotelica, fatto di sostanze individuali dotate di «nature», dall’altra c’è il lessico degli eventi e delle leggi descritte dalle scienze naturali. Al centro si pone una strategia radicalmente nominalista, perché quello che davvero esiste sono soltanto gli individui, con i loro stati percettivi e le loro dinamiche appetitive. Nel mondo degli eventi naturali descritto dalle leggi della fisica chi è allora propriamente soggetto di azione? Ovvero: come si giustifica l’azione individuale in un mondo dominato da processi e che cosa significa essere persona in un universo di eventi che non è stato creato da noi? Ecco il cuore del placement problem leibniziano.”

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eBook di filosofia: E. C. Corriero, Vertigini della ragione. Schelling e Nietzsche

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Emilio Carlo Corriero, Vertigini della ragione. Schelling e Nietzsche. (Nuova edizione riveduta e ampliata)

“Nuova edizione riveduta e ampliata del testo con cui a inizio carriera Corriero si è fatto conoscere nel mondo della filosofia italiana, apprezzato in modo particolare da Massimo Cacciari che ne aveva scritto la prefazione. È dedicato al rapporto tra il pensiero di Schelling e quello di Nietzsche: “vertigini della ragione” è quel misto di fascinazione e repulsione che afferra il pensiero dinanzi al fondo abissale dell’Esistente. Come sottolinea Cacciari, l’interpretazione di Nietzsche deve “ritornare” a Schelling, che rappresenta l“arcano” più profondo di tutta la critica all’idealismo e della filosofia della krisis, che Schelling anticipa e Nietzsche porterà a compimento. «Ciò che questo libro chiarisce, definitivamente a mio avviso, è che l’interpretazione di Nietzsche deve “ritornare” a Schelling, e che Schelling rappresenta l’“arcano” più profondo di tutta la critica all’idealismo e della filosofia della krisis.» Massimo Cacciari”

 

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