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eBook di filosofia: E. Salvati, John Stuart Mill e Harriet Taylor: amicizia e successivo matrimonio

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Elisa Salvati, John Stuart Mill e Harriet Taylor: amicizia e successivo matrimonio

Tesi di dottorato (Università degli Studi Roma 3, 2010)

Contiene:

  • traduzione del testo John Stuart Mill and Harriet Taylor: their Friendship and subsequente Marriage, New York, Kelley, 1951
  • Traduzione del diario di Harriet Taylor Mill, tratto da Jo Ellen Jacobs, The Voice of Harriet  Taylor Mill, Indiana, Indiana University Press, 2002.

“Harriet Taylor Mill (1807–1858) poses a unique set of problems for an encyclopedist. The usual approach to writing an entry on a historical figure, namely presenting a straightforward summary of her major works and then offering a few words of appraisal, cannot be carried out in her case. This is because she worked in such close collaboration with John Stuart Mill that it is exceedingly difficult to disentangle her contributions to the products of their joint effort from his, and the few pieces that we can declare without fear of contradiction to have been written primarily by her—some of which are published, some not—are philosophically slight. In attempting to assess Taylor Mill’s philosophical career, one encounters sharply conflicting reports about her intellect from people who knew her, contradictory evidence about what if any important philosophical works belong to her corpus as an author, and widely varying judgments about how much influence she exerted on Mill’s thought and work”(tratto da Dale E. Miller, Harriet Taylor Mill in Stanford Encyclopedia of Philosophy

Were I but capable of interpreting to the world one half the great thoughts and noble feelings which are buried in her grave, I should be the medium of a greater benefit to it, than is ever likely to arise from anything that I can write, unprompted and unassisted by her all but unrivaled wisdom.

—J. S. Mill (1977, 216)

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eBook di filosofia: J. Wycliff, De veritate sacrae scripturae

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John Wycliff’s de veritate sacrae scripturae. Now first edited from the manuscripts with critical and historical notes

Nei testi filosofici e teologici composti negli anni Sessanta, Wycliff, richiamandosi all’agostinismo (tendenza diffusa nell’Università di Oxford) contro l’empirismo di Guglielmo di Occam, sostiene la realtà degli universali: questi non sono soltanto concetti o parole, ma idee che hanno un’esistenza reale al di là della coscienza umana; le idee, provenienti da Dio, si manifestano nelle cose concrete e attraverso le idee, gradualmente, dalla più bassa alla più alta, l’uomo giunge fino allo spirito divino. Negli anni Settanta, nel suo commento alla Bibbia e in De veritate Sacrae Scripturae, W. afferma di aver scoperto tale realismo meditando sui testi biblici, i cui insegnamenti, compresi però soltanto da coloro che si avvicinano a essi con umiltà e pronti all’espiazione, sono eterni: questi testi contengono anche le regole della grammatica e della logica alle quali la mente umana dovrebbe obbedire. Ispirato appunto dal realismo degli universali, W. oppone, negli scritti degli anni Ottanta, una Chiesa ideale di coloro che sono destinati alla salvezza alla Chiesa che è nella storia: il rapporto tra i singoli e Dio, essendo immediato, non ha bisogno di un clero che funga da mediatore; tuttavia, la Chiesa può esercitare una funzione di mediazione se, come ai tempi di Gesù e degli apostoli, si libera di ogni ricchezza e potere mondano, a essa concessi nel 4° sec. da Costantino. A questa epoca W. fissa la datazione della decadenza dell’istituzione ecclesiastica, che può essere arrestata solo da una ripresa dei temi e dei motivi presenti nei Vangeli. […]

Difese la lettura diretta da parte di ogni credente del testo biblico tradotto nelle lingue volgari, la disobbedienza all’autorità ecclesiastica nel caso di indegnità di questa, un’interpretazione dell’eucarestia che nega in essa la transustanziazione del pane in corpo di Cristo dopo la consacrazione. Nel 1381 tale interpretazione venne condannata da una commissione nominata dal cancelliere dell’univ. di Oxford William Barton. A questa condanna seguì nel 1382 la condanna di tesi di W. giudicate erronee da parte dei domenicani londinesi. W. fu inoltre considerato l’ispiratore di una rivolta di contadini, avvenuta nella primavera del 1381, violentemente repressa. Nell’ottobre 1381 si ritirò in Lutterworth dove attese ad altre sue opere di tono antimonastico e ­antigerarchico, a commenti della Scrittura, a modelli di prediche.” (tratto da Treccani.it)

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eBook: G. Combe, Elements of phrenology

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George Combe, Elements of phrenology

La frenologia è la ” dottrina medica elaborata e divulgata da F.J. Gall, secondo la quale tutte le funzioni psichiche avrebbero una ben definita localizzazione cerebrale, cui corrisponderebbero dei rilievi sulla teca cranica, che consentirebbero la determinazione della loro esistenza, del loro sviluppo, e conseguentemente dei caratteri psichici dell’individuo. Questa dottrina (detta anche cranioscopia) suscitò grande interesse nel 19° secolo.” […]

Se da un punto di vista strettamente scientifico le tesi dei frenologi oggi non presentano alcun interesse, da un punto di vista storico, invece, è stato riconosciuto loro un ruolo di primo piano nel processo di sviluppo della neurofisiologia del XIX secolo. Esse hanno avuto, infatti, il grande merito di promuovere lo studio anatomico del cervello, di indirizzare la ricerca verso lo studio della corteccia cerebrale (in precedenza tenuta in poco conto), di avvalorare e rendere familiare il concetto delle localizzazioni cerebrali (pur se le localizzazioni proposte erano assai discutibili e non frutto di indagini sperimentali), di riaffermare la tesi secondo cui tutti i fenomeni psichici (non solo l’intelletto ma anche le passioni) sono funzioni del cervello (in analogia con tutti gli organi e funzioni del corpo), di contribuire al distacco della psicologia dalla filosofia per avvicinarla alle scienze biologiche, di accelerare (grazie alla cranioscopia) il progresso dell’antropologia fisica.” (tratto da Treccani.it)

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Turing Digital Archive: l’archivio Alan Turing online

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The Turing Digital Archive è il sito che contiene 3.000 scansioni di lettere, fotografie, articoli e materiale archivistico non pubblicato di e su Alan Turing.

Tutto il materiale fa parte del fondo Turing custodito presso l’Archive Centre del King’s College di Cambridge. Non tutti i materiali dell’archivio Turing sono stati digitalizzati e messi in rete nel rispetto del diritto d’autore. É comunque disponibile online l’intero catalogo del fondo.

Potere fare ricerche testuali nell’archivio digitalizzato oppure navigare nei documenti consultando l’elenco alfabetico dei materiali o in base alle sezioni.

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eBook di filosofia: John of Salisbury, Policratus

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John of Salisbury, Policratus

“Non meno importante, soprattutto per la storia delle dottrine politiche, è il Polycraticus sive de nugis curialium et vestigiis philosophorum, in cui sostiene l’origine divina del potere regale, e quindi la sua dipendenza dal potere sacerdotale, ma considera al contempo lecita l’uccisione del re quando si tramuti in tiranno.” (tratto da Treccani.it)

 

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eBook di filosofia: F. Bacon, Novum Organum

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Francis Bacon, Novum Organum

” Il Novum Organum costituisce la nuova logica della scienza della natura. A differenza della logica «volgare» o dialettica, quella nuova deve insegnare a trovare non ragionamenti probabili, ma res et opera (cioè invenzioni, applicazioni pratiche), perciò non adopera il sillogismo, che serve soltanto nelle discussioni per ottenere il consenso, ma l’induzione. La parte positiva del Novum Organum (pars construens), cioè la vera e propria teoria metodologica, è preceduta da quella negativa o polemica (pars destruens), la critica degli «idoli» (ossia delle cause di errore), sia innati sia provenienti dall’esterno, da cui bisogna purificare la mente. Sono innati gli idola tribus («idoli della tribù», i pregiudizi della specie umana), fondati sulla natura stessa dell’uomo, che nascono dal fatto che l’uomo pretende di porsi come misura di tutte le cose, mentre nelle sue percezioni, sensibili o intellettuali, ha delle cose rappresentazioni non oggettive, ma soggettive. Poi vengono gli idola specus («idoli della spelonca», con riferimento al mito platonico della caverna, ossia quelli propri dell’individuo singolo), dei quali fa parte l’eccessivo ossequio per l’antichità; per B. veritas temporis filia dicitur e i veri antichi sono i moderni perché posseggono maggiore ricchezza di esperienza e più matura riflessione: «La scienza si deve derivare dalla luce della natura, non dall’oscurità dell’antichità». Vi sono poi gli errori che vengono dall’esterno: gli idola fori («idoli del mercato»), provenienti dalle relazioni sociali, e gli idola theatri («idoli del teatro»), prodotti dalle dottrine filosofiche e dai processi dimostrativi difettosi; le filosofie finora elaborate sono tante rappresentazioni teatrali che hanno creato mondi fantastici. Alla parte polemica del nuovo metodo segue quella positiva, l’arte d’interpretare la natura, divisa in due sezioni: la contemplativa o teorica, che insegna a salire dall’esperienza a proposizioni generali (o assiomi), e l’operativa o pratica, che insegna a discendere da esse a nuove applicazioni. La prima comprende la trattazione degli aiuti (ministrationes) che si debbono dare al senso, alla memoria e all’intelletto. Punto di partenza è l’osservazione della natura, che deve essere accurata e circospetta («non di ali ha bisogno il nostro spirito, ma di suole di piombo»); vengono poi gli ausili della memoria, che risiedono nella scrittura, ma soprattutto nelle tavole di scoperta in cui il materiale empirico deve essere organizzato, e cioè la tabula presentiae (in cui sono raccolti i casi in cui il fenomeno studiato si presenta), la tabula absentiae (che include i casi in cui, pur in presenza di condizioni simili, è assente) e la tabula graduum (che registra l’aumento o diminuzione di intensità del fenomeno). Si procede quindi al-la vendemmia: raccolti i dati, si formula un’ipotesi interpretativa. Per giungere a conclusioni necessarie il procedimento induttivo non può limitarsi a considerare solo i casi positivi (come si fa di solito), ma deve avvalersi anche dei negativi per scartare le possibili soluzioni errate. Spesso, a questo proposito, B. insiste sulla necessità di fare uso di un procedimento sperimentale attivo con cui lo scienziato, per verificare un’ipotesi, modifica il corso abituale della realtà: i sensi si limitano a constatare i fatti, mentre l’esperimento predeterminato dall’intelletto, ossia l’intelletto stesso che lo ha concepito per raggiungere i suoi fini scientifici, dà un giudizio sulla natura e sulle cause dei fatti stessi.” (tratto da Treccani.it)

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eBook di filosofia: John of Salisbury, The metalogicon

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The metalogicon of John of Salisbury: a twelfth-century defense of the verbal and logical arts of the trivium

” Filosofo e teologo (n. in Inghilterra tra il 1110 e il 1120 – m. Chartres 1180). Formatosi negli anni 1136-48 alla scuola dei più famosi maestri di Parigi e Chartres (Abelardo, Guglielmo di Conches, Gilberto Porretano, ecc.), divenne in Inghilterra segretario dell’arcivescovo di Canterbury (prima di Teobaldo poi di Th. Becket); spesso incaricato di tenere i rapporti con il re d’Inghilterra e con la Santa Sede, dopo che Becket fu fatto assassinare dal re Enrico II, cadde in disgrazia e si dovette trasferire in Francia dove fu creato vescovo di Chartres (1176). Le opere maggiori di Giovanni, tra le più significative per la cultura del 12° sec., sono il Metalogicon e il Polycraticus. La prima, scritta in difesa della logica, combatte le correnti utilitaristiche e sofistiche (soprattutto i cosiddetti cornificiani, dal nome, forse allusivo, di Cornificio con cui è indicato il loro caposcuola) e prospetta un ideale di cultura (o philosophia) che riunisca armonicamente trivio e quadrivio, il sapere letterario e quello scientifico, sebbene Giovanni, educato alla lettura dei classici latini e in particolare a Cicerone, del quale vuole seguire anche l’equilibrato accademismo, sia legato soprattutto al primo; nel passare in rassegna sistemi e maestri della sua epoca, cerca di mettere sempre in evidenza la difficoltà di risolvere definitivamente i massimi problemi (di particolare interesse quello che dice sul problema degli universali, a suo avviso irrisolvibile; Giovanni è tra i primi a conoscere tutte le opere logiche di Aristotele). ” (tratto da Treccani.it)

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eBook di filosofia: M. Wollstonecraft, A vindication of the rights of woman

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Mary Wollstonecraft, A vindication of the rights of woman

“Mary Wollstonecraft (1759–1797) was a moral and political theorist whose analysis of the condition of women in modern society retains much of its original radicalism. One of the reasons her pronouncements on the subject remain challenging is that her reflections on the status of the female sex were part of an attempt to come to a comprehensive understanding of human relations within a civilization increasingly governed by acquisitiveness. Her first publication was on the education of daughters; she went on to write about politics, history and various aspects of philosophy in a number of different genres that included critical reviews, translations, pamphlets, and novels. Best known for her Vindication of the Rights of Woman (1792), her influence went beyond the substantial contribution to feminism she is mostly remembered for and extended to shaping the art of travel writing as a literary genre and, through her account of her journey through Scandinavia, she had an impact on the Romantic movement.”  (tratto da Stanford Encyclopedia of Philosophy)

 

 

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eBook di filosofia: C. Sini, Whitehead e la funzione della filosofia

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Carlo Sini, Whitehead e la funzione della filosofia, Marsilio, Padova 1965

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eBook di filosofia: G. E. M. Anscombe, Modern Moral Philosophy

 

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Gertrude Elisabeth Margaret Anscombe, Modern Moral Philosophy, in “The Journal of the Royal Institute of Philosophy“, 1958

“Anscombe’s article “Modern Moral Philosophy” stimulated the development of virtue ethics as an alternative to Utilitarianism, Kantian Ethics, and Social Contract theories. Her primary charge in the article is that, as secular approaches to moral theory, they are without foundation. They use concepts such as ‘morally ought,’ ‘morally obligated,’ ‘morally right,’ and so forth that are legalistic and require a legislator as the source of moral authority. In the past God occupied that role, but systems that dispense with God as part of the theory are lacking the proper foundation for meaningful employment of those concepts. There are two ways to read this article. The first is to read it straightforwardly as an indictment of the moral theories prevalent in the 1950s and a subsequent argument for the development of an alternative theory of morality that does not postulate a legislator, but then also does not try to keep the defunct legislative structure that naturally falls out of religiously based ethics. On this view we need to develop an alternative that is based on moral psychology, moral virtue, facts of human nature, and an account of the good for humans based on this approach. A major mistake made by modern moral philosophers is that they try to provide an account of ‘morally right or morally wrong’ that really has no content outside of the legislative arena provided by the divine. Anscombe writes: “It would be most reasonable to drop it. It has no reasonable sense outside a law conception of ethics; they are not going to maintain such a conception; and you can do ethics without it, as is shown by the example of Aristotle. It would be great improvement if, instead of ‘morally wrong,’ one always named a genus such as ‘untruthful’, ‘unchaste’, ‘unjust’ ” (MMP, 8–9). Thus, many take her to be arguing for this alternative—the alternative that, like Aristotle’s account, relies on richer, or ‘thick’ concepts such as ‘just’ as opposed to ‘thin’ concepts such as ‘morally wrong’ which—outside of a certain metaphysical perspective—lacks content. This quite naturally then leads to an emphasis on developing a virtue ethics that would be distinct from the modern approaches Anscombe attacks in MMP.

This is the prevalent reading of MMP and the reason why it is widely interpreted as encouraging a virtue ethical approach to moral theory. For example, Crisp and Slote note that Anscombe suggests the alternative that “…ethics can be based, instead, on the idea of a virtue…”, but, as they also note, this idea itself is also not clear and that what we need to be doing is some basic moral psychology to get clarity on notions such as ‘intention,’ ‘desire,’ ‘action,’ and so forth (1997, 4). Yet another crucial notion, for the sake of understanding virtue, is ‘human flourishing.’ Anscombe is doubtful we will be able to reach a satisfactory understanding of this notion.

An alternative reading is as a modus tollens argument intended to establish the superiority of a religious based ethics. (For more on a skeptical reading of MMP, see Crisp 2004.) Assume for the sake of argument there is no God, and religiously based moral theory is incorrect. On Anscombe’s view modern theories such as Kantian ethics, Utilitarianism, and social contract theory are sorely inadequate for a variety of reasons, but one major worry is that they try to adopt the legalistic framework without the right background assumptions to ground it. An alternative would be to develop a kind of naturalized approach where we carefully consider moral psychology as it relates to the human good. However, this approach itself is problematic. The prospect of articulating a complete and plausible account of the human good along these lines is dim.

Here is the straightforward interpretation in simple modus ponens form:

(1) If religiously based ethics is false, then virtue ethics is the way moral philosophy ought to be developed.
(2a) Religious based ethics is false (at least for her interlocutors)
(3a) Therefore, virtue ethics is the way moral philosophy should be developed.

But one person’s modus ponens is another person’s modus tollens:

(1) If religiously based ethics is false, then virtue ethics is the way moral philosophy ought to be developed.
(2b) It is not the case that virtue ethics is the way to develop moral philosophy
(3b) Therefore, it is not the case that religiously based ethics is false.

Thus, according to the alternative reading, one can conclude that Anscombe is arguing that the only suitable and really viable alternative is the religiously based moral theory that keeps the legalistic framework and the associated concepts of ‘obligation.’ This interpretation is more in keeping with Anscombe’s religious views and with her other ethical views regarding absolute prohibitions. There were plenty of actions she took to be morally wrong, so it seems clear—as Simon Blackburn noted—that she herself was not out to jettison these terms. But one can defend an even stronger claim. MMP is a carefully crafted argument intended to show the absurdity of rejecting the religious framework—along with it’s metaphysical underpinnings—when it comes to moral authority.[2] But many readers simply stuck to the straightforward modus ponens reading of the argument. Support for (2b) is provided by her doubts that virtue ethics can really get off the ground as a normative theory using a distinctly ‘moral’ ought. In MMP she writes about pursuing the project of ethics as Plato and Aristotle pursued it, along virtue ethical lines:

…but it can be seen that philosophically there is a huge gap, at present unfillable as far as we are concerned, which needs to be filled by an account of human nature, human action, the type of characteristic a virtue is, and, above all of human ‘flourishing’. And it is the last concept that appears the most doubtful. (MMP, 41)

But, by and large, MMP was read against a backdrop in which a religious basis for ethics had been discredited. Thus many writers took up the challenge to develop a psychologically rich virtue ethics rather than abandon secular morality.

The article has clearly had an impact on the development of virtue ethics. Part of its influence can be traced to its negative assessment of the leading theories of the day, particularly Utilitarianism and Kantian Ethics. On her view, Utilitarianism commits one to endorsing evil deeds, and Kantian ethics, with its notion of ‘self-legislation’ is just incoherent. If the main choices are either evil or incoherent, that’s a serious problem and calls for the development of some alternative approach. Unfortunately, perhaps, for Anscombe’s overall project, her audience regarded the supernaturalized approach as more problematic than the naturalized . If we are to go back to very early approaches, such as Aristotle’s, then the natural approach to developing the alternatives is as a ‘virtue ethics’ and digging into the messy issue of human flourishing and good.

MMP also touched a nerve with philosophers who advocated one or the other of the condemned views. One reason for this was the rather dismissive or moralistic tone she took in some of her criticisms. Perhaps one of the more well known is given in the following passage when she condemns Utilitarianism—or, more generally—Consequentialism, for leaving open the possibility that it may be morally right in some context to advocate the execution of an innocent person.

She wrote:

But if someone really thinks, in advance, that it is open to question whether such an action as procuring the judicial execution of the innocent should be quite excluded from consideration—I do not want to argue with him; he shows a corrupt mind. (MMP, 17)

Anscombe is not making a subtle point here, and this comment prodded philosophers such as Jonathan Bennett to defend the view that consequences certainly mattered in determining the moral quality of an action—indeed, he questions the adequacy of accounts that rely on a dubious act/consequence distinction. This does not by itself get one to Consequentialism. Indeed, Anscombe’s comment here goes beyond a mere condemnation of Consequentialism to a further condemnation of any view in which consequences are weighed in determining moral rightness or wrongness. She is a moral absolutist. Some things are wrong and ought not to be done, whatever the consequences. So, for example, Bennett was concerned to undercut a popular distinction between killing versus letting die which was made on the basis that killing is just the sort of act that is wrong, period, no matter what the consequences, whereas letting die is not as bad as killing, even if the consequences were the same and were known to be the same.

When the killing/letting-die distinction is stripped of its implications regarding immediacy, intention etc.—which lack moral significance or don’t apply to the example—all that remains is a distinction having to do with where a set of movements lies on the scale which has ‘the only set of movements which would have produced that upshot’ at one end and ‘movements other than the only set which would have produced that upshot’ at the other. (Bennett 1966, 95)

Thus, a person’s doing a results in an upshot x and at one end of the action scale a is the one action that can result in x; refraining from a is compatible with a whole range of alternative actions—walking to the grocery store, weeding in the garden, reading a book—all of which have x as a result. But there is no morally relevant difference, here. There is nothing in the ‘act itself’ of killing that distinguishes it, in a morally relevant way, from letting die when things like immediacy, intention, and so forth are held constant.

Anscombe’s comment on Bennett’s criticism comprises one of the briefest philosophical essays, which I quote in its entirety here:

The nerve of Mr. Bennett’s argument is that if A results from your not doing B, then A results from whatever you do instead of doing B. While there may be much to be said for this view, still it does not seem right on the face of it. (Anscombe, 1966)

Aside from the profound problem of commending vicious acts, Anscombe also believed that consequentialism failed to capture, indeed, must fail to capture, crucial elements of moral psychology. The theory cannot account for backward looking justifications, or reasons, for performing certain actions. Teichmann notes, in his work on Anscombe, that, though it seems superficially intuitive that reasons are understood in causal terms, this does not, in Anscombe’s opinion, withstand scrutiny. In response to “Why did you kill him?” (using Anscombe’s own example), Teichmann holds that though one intuitive reason might be “In order to get revenge”, it is also the case, in Anscombe’s view, “…the sense of ‘In order to get revenge’ in fact presupposes the force of such reasons as ‘Because he killed my brother’, and not vice versa” (Teichmann, 124).

The absolutist stance informed a good deal of her other work in moral philosophy. In her famous pamphlet Mr. Truman’s Degree (1958), Anscombe protested Oxford’s decision to award Harry Truman an honorary doctorate. Her view was that Truman murdered large numbers of innocent persons, civilians, with nuclear weapons in order to get Japan to surrender. On her view, the end does not justify the means. It is not permissible to kill innocents for the sake of some greater good to be realized as a consequence of such action. Some, though it is worth pointing out not all, consequentialists will disagree that such cases are just out of the question (and many straightforward consequentialists could well agree that Truman was not an example of someone using means/end reasoning in a justifiable way). Anscombe’s discussion, though, informed later discussions of absolute prohibitions in wartime such as Thomas Nagel’s discussion of the attractive features of the absolutist position in “War and Massacre” (1972).” (tratto da SEP)

 

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